Petrolio russo verso la Germania: il greggio che imbarazza Berlino

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Mentre la Germania spegne i suoi reattori nucleari chiudendo un’era, è il petrolio che affluisce nelle sue condotte orientali a scatenare l’imbarazzo europeo. Tutto nasce dal quotidiano tedesco Handelsblatt che accusa Berlino di essere ancora foraggiata dalla Russia e non dal Kazakistan come era stato annunciato tempo fa.

Il paradosso del sito di Schwedt

La pietra dello scandalo riguarda le forniture che giungono nel sito di Schwedt della PCK. Questa raffineria possiede una capacità di lavorazione del greggio pari a 11,6 milioni di tonnellate l’anno: la PCK GmbH è a sua volta proprietaria e gestore di Rosneft Deutschland, una controllata della russa Rosneft. Il sito della raffineria si trova ad un centinaio di km a nord est di Berlino, quasi al confine con la Polonia, in pieno Brandeburgo. La raffineria è controllata da Rosfnet per il 54,17%, dalla Royal Dutch Shell per il 37,5% e dall’Eni per il restante 8,33%; vista la sua portata, risulta fondamentale per rifornire la Germania orientale di particolari prodotti, soprattutto benzina e cherosene. Il sito ha tradizionalmente fornito il 90% della benzina, del gasolio, del carburante per aerei e dell’olio combustibile utilizzato dalla capitale tedesca.

Berlino si era impegnata a chiudere con il petrolio russo entro il 2023, scegliendo di valutare alternative come il petrolio kazako. Lo scorso febbraio la stampa tedesca applaudiva soddisfatta lo sgorgare del petrolio della kazaka Kazmunaigaz nelle vene del sito di Schwedt, legate all’appalto iniziale di 20mila di tonnellate. Del resto, le consegne sostitutive provenienti da Rostock tantomeno l’alternativa dal porto di Danzica avevano fornito opzioni terze affidabili. La scelta kazaka, tuttavia, pone dei problemi tecnici: il petrolio di Astana percorrerebbe comunque il noto oleodotto dell’Amicizia, finendo inevitabilmente mescolato al petrolio russo. E il sospetto, sollevato dal quotidiano tedesco, è che la quota di petrolio russo nelle vene di quello kazaco sia ancora molto alta.

L’opzione kazaka e i problemi dell’oleodotto della Druzhba

La ragione è tecnica: il Kazakistan starebbe canalizzando il proprio greggio verso la Russia, che poi scaricherebbe il suo in Germania. Astana, dunque, spingendo il suo prodotto nelle condotte, spingerebbe avanti la materia prima russa, che arriverebbe dritta in Germania. Una questione di tubi, dunque, ma che è in realtà eminentemente politica. Non solo perché non è possibile distinguere chimicamente le due opzioni di greggio, ma perché questo neo lascerebbe comunque il coltello dalla parte del manico nelle mani di Mosca, che potrebbe giocare con la pressione del greggio per fare leva sulla Germania, poco importa a chi appartenga il contenuto nelle condotte in quel preciso istante. Berlino, tuttavia, reagisce alle critiche e si difende: il Paese non ha effettivamente acquistato o ordinato altro petrolio russo a partire dal gennaio di questo anno.

Lopzione kazaka, tuttavia, non è esente da dilemmi. La raffineria PCK, investita da un ruolo storico, si trova ora a valutare forniture sostitutive dalla Polonia. Alla fine del 2022 Varsavia e Berlino avevano siglato un accordo volto a garantire la fornitura di greggio in entrata verso il sito di Schwedt. Ed è proprio in virtù di questo che la notizia ha scatenato critiche durissime dalla Polonia: il timore è che per via di questo problema tecnico la Russia possa continuare a miscelare indisturbata il greggio in entrata, alzando sempre più l’asticella, minando la credibilità della postura e delle sanzioni europee. Per questa ragione, risultando complesso per le autorità doganali testare la paternità del petrolio in transito, l’unica alternativa sarebbe estromettere Mosca dalla struttura azionaria della PCK. Se Rosneft Deutschland era stata posta sotto amministrazione fiduciaria, questa ora è stata prorogata per sei mesi dalla Federal Network Agency. Ma Varsavia chiede maggiori garanzie, paventando velatamente perfino l’dea di un esproprio.

“Quando Schwedt tossisce, l’intera città prende l’influenza”, recita un adagio locale. Agire sulla raffineria di Schwedt non è cosa da poco, trattandosi del cuore energetico della capitale con vari annessi e connessi anche di tipo occupazionale che si allargano a tutto l’indotto petrolifero e tutte le attività che sostengono centinaia di lavoratori residenti. Lo spettro della chiusura, infatti, si aggira funesto nell’intera area brandeburghese. Un fantasma a breve termine, tuttavia, con il quale non solo la Germania ma l’intera Europa dovranno fare i conti se vorranno prendere davvero sul serio i propri obiettivi green.