Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che le autorità venezuelane, guidate dalla neo-presidente Delcy Rodriguez, avrebbero accettato, pochi giorni dopo la cattura dell’ex capo di Stato Nicolas Maduro, di consegnare da 30 a 50 milioni di barili di petrolio a Washington.
“Questo petrolio sarà venduto a prezzo di mercato e i suoi proventi saranno controllati da me, come presidente degli Stati Uniti, per assicurarci che benefici gli Usa e il popolo del Venezuela”, ha scritto Trump sul suo social network Truth. Ancora nessuna conferma, per ora, da Caracas anche se la questione del petrolio venezuelano merita un approfondimento.

Gli Usa e gli occhi sul petrolio venezuelano
Trump su Truth parla di greggio “sanzionato” e di “alta qualità”. Sanzionato, sì, perché dopo la rottura da parte di Maduro degli Accordi di Barbados con l’opposizione per la corretta gestione delle elezioni pressidenziali del 2024 sono state ripristinate molte sanzioni a Caracas. Dopo le contestate tornate elettorali del luglio di quell’anno, la breve primavera dell’export petrolifero è finita e dopo la fine della concessione di Chevron a maggio Pdvsa, la compagnia energetica venezuelana, non ha potuto fare altro che accumulare scorte mentre a colossi stranieri come Eni e Repsol venivano negati molti pagamenti.
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Sull’alta qualità ci sarebbe qualcosa da dire. Seppur ricchissime (le prime al mondo, 303 miliardi di barili e il 17% del totale mondiale), le riserve di oro nero di Caracas producono un materiale difficilmente sfruttabile. “Il petrolio venezuelano è particolarmente denso e viscoso. Il greggio ad alto tenore di zolfo assomiglia più a un catrame semisolido rispetto ai liquidi molto più trasparenti prodotti nelle zone centrali degli scisti statunitensi, rendendo più difficile l’estrazione e la trasformazione in benzina, gasolio, carburante per aerei e materie prime per l’industria chimica”, nota il Guardian.
Gli scenari della raffinazione
Molte raffinerie americane hanno la capacità di processare il greggio pesante del Venezuela, altre dovrebbero diluirlo con altri oli. Sicuramente, l’aggravarsi del rapporto tra Washington e Caracas ha appannato una relazione economica che negli Anni Novanta aveva portato il Venezuela a esportare almeno 3 milioni di barili al giorno negli Usa, il triplo della produzione attuale.
In Louisiana, a Baton Rouge e a Norco, raffinerie di Exxon e Marathon Oil potrebbero gestire questi oli, come riporta il New Orleans City Business, aggiungendo che “Chevron, l’unica compagnia petrolifera statunitense attualmente attiva in Venezuela, gestisce una raffineria ad alta capacità a Pascagoula, Mississippi, in grado di processare 369.000 barili al giorno di greggio pesante. Chevron gestisce anche due raffinerie a El Segundo e Richmond, in California, configurate per processare greggio pesante con una capacità di 515.000 barili al giorno”.
L’investimento per il petrolio del Venezuela
Sicuramente molte compagnie stanno preparando l’ipotesi di un ritorno del petrolio venezuelano verso gli Usa, ed è inevitabile riflettere su possibili investimenti delle major. Se confermato, l’invio di petrolio da parte di Caracas aprirebbe una nuova fase dei rapporti tra i due Paesi dopo il raid del 3 gennaio ma rappresenterebbe una mossa simbolica prima ancora che politica: 30-50 milioni di barili corrispondono, oggi, a un mese a un mese e mezzo di produzione venezuelana e fino a 3-5 giorni di produzione Usa. Non una quota sostanziale per cambiare le fortune dei due Paesi, ma un possibile punto di partenza.
Del resto, rilanciare un settore energetico disastrato sarà difficile: la società di consulenza Rystad stima in 30-35 miliardi di dollari i capitali necessari per riavviare in due-tre anni la produzione e in 137 miliardi di dollari complessivi in un quindicennio l’investimento necessario per riportare a 3 milioni di barili la produzione venezuelana. Tutto questo in un contesto di sovrapproduzione attuale e tendenze alla decarbonizzazione futura che possono rendere meno conveniente l’investimento in conto capitale in Venezuela. Tra dato politico e dato economico c’è uno iato che sarà complesso colmare anche per le major Usa.
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