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Energia

Petrolio, il cortocircuito Usa sulla guerra: Trump all’angolo toglie le sanzioni al greggio iraniano

L’amministrazione Usa di Donald Trump ha annunciato lo stop per 30 giorni alle sanzioni per circa 140 milioni di barili di petrolio esportato dall’Iran, che ai prezzi attuali vorrebbero dire circa 14 miliardi di dollari di entrate garantite a un...

L’amministrazione Usa di Donald Trump ha annunciato lo stop per 30 giorni alle sanzioni per circa 140 milioni di barili di petrolio esportato dall’Iran, che ai prezzi attuali vorrebbero dire circa 14 miliardi di dollari di entrate garantite a un Paese con cu gli Stati Uniti sono in guerra dal 28 febbraio scorso.

L’Ofac allenta le sanzioni all’Iran

Si tratta dell’ennesimo cortocircuito in una guerra lanciata da Washington e Israele con l’obiettivo di obliterare la capacità militare e di proiezione del regime iraniano e che si sta trasformando in un conflitto di logoramento in cui Teheran usa con sagacia l’arma della guerra economica. La paralisi dei traffici dallo Stretto di Hormuz risparmia le petroliere iraniane e mentre i prezzi mondiali del petrolio Washington mette in campo l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro, la struttura responsabile delle sanzioni internazionali che ha pubblicamente quella che tecnicamente è la “Iran-related General License”, che sostanzialmente sospende fino al 19 aprile le strozzature imposte negli ultimi decenni da Washington a Teheran.

Il petrolio prodotto in Iran e caricato sulle navi potrà essere, secondo le regole dell’Ofac, venduto anche negli Usa in un contesto che vede sospese per 60 giorni le stringenti prescrizioni del Jones Act; potrà essere distribuito anche da attori russi, dato che le uniche prescrizioni sono contro soggetti risiedenti in Corea del Nord, Cuba e nelle zone dell’Ucraina occupate da Mosca; potrà garantire il pagamento in dollari a Teheran. Insomma, Trump e il Tesoro guidati da Scott Bessent non avevano ancora finito di ammirare gli effetti positivi sull’export americano di gas naturale liquefatto indotti dallo shock dell’export del Qatar causato dalla guerra che si sono dovuti trovare di fronte al bagno di realtà del petrolio.

Lo shock economico che gli Usa rischiano

La guerra all’Iran sta causando il rischio di una durissima fiammata di inflazione negli Usa, principalmente su un elemento ritenuto proxy della stabilità economica: il prezzo della benzina. Il prezzo del petrolio Usa (“Oil Price”), seppur in sconto rispetto al Brent scambiato nei mercati internazionali, è impennato nell’ultimo mese, e la benzina ha conosciuto un aumento fino a 3,2 dollari al gallone che è stato un vero e proprio shock.

Risulta quanto meno ironico pensare che gli Usa debbano ricorrere a un ridimensionamento delle sanzioni all’Iran proprio per tamponare gli effetti critici dettati dalla guerra all’Iran che hanno coscientemente e pervicacemente programmato, i cui passi iniziali hanno compiuto assieme a Israele e su cui sono entrati senza una strategia definitiva, un cosiddetto endgame. Trovandosi molto spesso a subire il “piano caos” di Tel Aviv, salvo spesso assecondarlo sottobanco mentre veniva chiaramente ad emersione il fatto che gli Usa avrebbero subito duramente i colpi della guerra asimmetrica iraniana all’economia globale, cercando ostinatamente ogni vantaggio tattico (come sul gas) ma risultando sostanzialmente in scacco strategico.

Mal da inflazione

Ora l’incubo che il fattore con cui Trump ha vinto le elezioni nel 2024, il malcontento per l’alta inflazione, si rivolti contro il Partito Repubblicano spinge a questa mossa quantomeno paradossale. Le elezioni di metà mandato incombono e gli americani guarderanno a un unico dossier: l’economia.

Del resto, da Teheran intendono incentivare la guerra economica anche dopo questi vantaggi tattici. “L’Iran non ha praticamente più petrolio greggio in eccesso da destinare ai mercati internazionali, e la dichiarazione del segretario al Tesoro statunitense ha il solo scopo di dare speranza agli acquirenti”, ha commentato Saman Ghoddoosi, portavoce del ministero del petrolio iraniano, in un tentativo di intorbidire le acque e evitare che lunedì i mercati abbiano un netto crollo dei prezzi da registrare. Del resto, il tempo sembra giocare contro Washington.

Il fiasco strategico degli Usa sul petrolio e Hormuz

Gli Usa non riescono a riaprire lo Stretto di Hormuz; non sono riusciti a coinvolgere gli alleati nell’appoggio a una guerra sempre più logorante; stanno consumando risorse a ritmi vertiginosi per sostenere i ritmi d’offensiva; rischiano cali degli investimenti in capex per l’intelligenza artificiale da parte dei Paesi del Golfo sotto attacco; da ultimo, vedono franare come un castello di carta la strategia dell’assedio economico ai Paesi rivali, dato che in meno di un mese Washington ha dovuto concedere esenzioni dalle sanzioni alla Russia prima e poi aprire anche all’Iran.

Non si hanno precedenti di casi in cui gli Usa, o un qualunque Paese in guerra, abbiano acconsentito a garantire un finanziamento miliardario a uno Stato nemico esentandone alcune sanzioni e sperando così di raffreddare l’economia interna.

Barak Ravid di Axios ricorda che il petrolio iraniano potrebbe tornare a giungere negli Usa per la prima volta del 1996, anno che in Israele segnò l’inizio dell’era al potere di Benjamin Netanyahu, leader che ha fatto della guerra all’Iran e della possibilità di combatterla a fianco degli Usa la missione di una carriera intera. Ora Washington ne paga il prezzo.

“L’Iran ha cercato per anni di ottenere un allentamento delle sanzioni attraverso la diplomazia, senza successo”, ma “dopo tre settimane di guerra, gli Stati Uniti hanno offerto all’Iran un allentamento delle sanzioni senza che Teheran lo avesse nemmeno richiesto”, aggiunge Trita Parsi del Quincy Institute for Responsible Statecraft. Chi vince, da questo confronto, è la Cina, prima acquirente di greggio proveniente da Teheran, che si dimostra un attore troppo influente perché Washington e Tel Aviv possano colpire al cuore la sua linea di rifornimento di greggio. Una lezione strategica per Usa e Israele, che non hanno colto, evidentemente, le portate geoeconomiche di un conflitto che avrebbe avuto sul fronte dell’energia e delle risorse un terreno di competizione paragonabile a quello militare.

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