L’accordo per la costruzione di una centrale nucleare in Vietnam è soltanto la punta dell’iceberg. La Russia è pronta a ritagliarsi un rilevante spazio d’azione in Asia sfruttando la propria diplomazia energetica in un momento critico. Già, perché con lo Stretto di Hormuz chiuso, o comunque a mezzo servizio, i governi della regione asiatica sono alle prese con una grave crisi di approvvigionamento riguardante gas e carburanti. Il motivo è semplice: quasi il 90% delle preziose risorse che attraversano la vitale rotta marittima incastonata nel Golfo finisce ad alimentare le economie orientali.
Con i prezzi di benzina e diesel in aumento, le scorte (niente affatto infinite) messe in campo dalle autorità per limitare panico e costi, l’austerity energetica attuata in varie forme per limitare i danni, ecco che un crescente numero di Paesi asiatici ha deciso – o sta decidendo – di rivolgersi alla Russia. Non ci sarebbe niente di strano per la Cina, che soffre meno degli altri e che comunque con Mosca è legata da una partnership senza limiti, e neppure per l’India, che da sempre, nonostante le proteste statunitensi, si rifocilla con l’oro nero del Cremlino. Le perplessità, in primis per le eventuali conseguenze geopolitiche, emergono semmai quando anche Paesi vicini a Washington, come le Filippine, iniziano a rivolgersi a Vladimir Putin…

Il “Pivot to Russia” dell’Asia
In realtà, bisogna sottolineare che gli Stati Uniti hanno concesso una deroga di 30 giorni ai Paesi che desiderano acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi bloccati in mare soggetti a sanzioni. L’obiettivo? Stabilizzare, come ha spiegato il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, i mercati energetici globali sconvolti dalla guerra con l’Iran. Il risultato è che questa mossa ha facilitato l’acquisto di oro nero e gas naturale liquefatto (Gnl) Made in Russia da parte di acquirenti di tutto il mondo.
Parlavamo delle Filippine. Manila è pronta a importare petrolio russo per la prima volta in cinque anni. In attesa di ulteriori dettagli, sappiamo che la nave Sara Sky, con a bordo 100.000 tonnellate (circa 750.000 barili) di petrolio Espo Blend, caricato nel porto russo di Kozmino, nell’Estremo Oriente, è in rotta verso il terminal di Bataan a Limay, nelle Filippine. Il carico dovrebbe essere destinato alla raffineria di Bataan, la più grande del Paese, gestita da Petron Corporation, a sua volta la più importante azienda filippina di raffinazione e commercializzazione di petrolio.
Altri Stati asiatici che avevano ridotto gli affari energetici con il Cremlino intendono seguire l’esempio di Manila, anche se dovranno competere con Cina e India per circa 126 milioni di barili di greggio ancora in mare (ossia quelli “graziati” dagli Usa ed extra sanzioni). In Corea del Sud, intanto, Lg Chem ha acquistato 27.000 tonnellate di petrolio russo, mentre Sri Lanka, Thailandia e Indonesia sono in trattative con Mosca.

La diplomazia energetica di Mosca
Prima della guerra con l’Iran, Cina, India e Turchia erano i principali importatori di petrolio russo, mentre adesso, dopo la suddetta revoca delle sanzioni statunitensi, si è scatenato l’interesse dell’energivoro Sud-Est asiatico nei confronti dell’oro nero.
Le uniche eccezioni dell’Asia-Pacifico riguardano Giappone e Australia: Tokyo ha preferito rafforzare i legami con fornitori alternativi, coordinando la propria risposta con Washington, mentre Canberra ha escluso un qualsiasi allentamento delle sanzioni sul petrolio russo, affermando di non voler contribuire a finanziare la guerra di Mosca contro Kiev.
Non sarà tuttavia facile assicurarsi il petrolio russo. Basta dare un’occhiata alle cifre sul tavolo. L’India, per esempio, da sola ha bisogno di 5,5-6 milioni di barili di petrolio al giorno. Peccato che a febbraio i flussi di greggio russo si siano attestati intorno ai 3,2 milioni di barili, in crescita a 3,8 milioni a marzo, e che difficilmente Mosca li aumenterà ulteriormente. Certo è che Putin, almeno nel momento in cui scriviamo, è uno dei pochi vincitori del conflitto in Medio Oriente.

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