“Il prezzo del petrolio sale”, “il prezzo del petrolio scende”. Ma i prezzi sono tutti uguali? Fare chiarezza sul mercato del greggio in un contesto di rinnovata criticità geopolitica significa innanzitutto comprendere che il prezzo del petrolio può evidenziare una crescente distanza tra il valore mostrato dai mercati finanziari e il costo reale dell’energia fisicamente disponibile. Ma andiamo con ordine.
Secondo l’analisi di Alphaville, riportata dal Financial Times, il prezzo del petrolio osservato sui mercati, in particolare attraverso i contratti futures, non rappresenta necessariamente quanto un acquirente debba pagare per ottenere immediatamente un barile di energia. I futures sono strumenti finanziari che fissano oggi il prezzo di una consegna futura e riflettono quindi aspettative di normalizzazione dell’offerta, non la scarsità immediata. Al contrario, il mercato fisico spot riguarda la consegna pronta e risente in modo diretto di colli di bottiglia logistici, rischi geopolitici e costi assicurativi. Questa divergenza è stata resa evidente dalla differenza osservata tra il Brent spot e i contratti futures a breve scadenza riportati nel grafico seguente: mentre i futures sul Brent trattavano su livelli molto inferiori, il prezzo dello spot, più direttamente legato alla disponibilità immediata, aveva raggiunto livelli sensibilmente superiori, segnalando una difficoltà concreta a reperire barili pronti alla consegna, nonostante il mercato “cartaceo” continui a scommettere su un miglioramento futuro della situazione
Il punto più estremo citato da Alphaville riguarda una dichiarazione del CEO di HSBC, Georges Elhedery, secondo cui il costo complessivo “door‑to‑door” di un carico di combustibile arrivato in Sri Lanka avrebbe raggiunto i 286 dollari per barile. Il termine “door‑to‑door” indica il costo totale sostenuto dall’acquirente finale e include non solo il prezzo della materia prima, ma anche trasporto marittimo, premi spot, assicurazioni e altri costi legati al rischio. Secondo Alphaville, questo livello di prezzo costituirebbe un esempio eccezionale delle tensioni nel mercato fisico dell’energia, in particolare in Asia, dove diversi Paesi dipendono in larga misura dalle forniture del Golfo.
In una conferenza stampa del 17 aprile 2026, il presidente della Ceylon Petroleum Corporation, D.J. Rajakaruna, ha però dichiarato che lo Sri Lanka non ha mai acquistato greggio a 286 dollari al barile, ma ha invece acquistato diesel raffinato a prezzi superiori a tale soglia. Secondo la CPC, le forniture di greggio importate dopo l’inizio del conflitto in Medio Oriente sono avvenute a prezzi molto più bassi: un carico arrivato l’11 marzo 2026 era prezzato a 66,99 dollari al barile, mentre un altro, in arrivo il 17 aprile, era fissato a 71,99 dollari al barile. Il dato straordinario riguarda invece il diesel. La CPC ha confermato che, a causa della crisi in Medio Oriente e dell’impennata dei costi sui mercati dei prodotti raffinati, il Paese è stato costretto ad acquistare diesel a prezzi compresi tra 285,28 e 288,06 dollari al barile, per spedizioni arrivate il 31 marzo e il 7 aprile 2026 (!). Il presidente della CPC ha spiegato che il prezzo medio “flat” del diesel acquistato era intorno ai 242 dollari al barile, ma che premi spot aggiuntivi tra 48 e 50 dollari hanno fatto lievitare il costo finale oltre la soglia dei 286 dollari.
Questa precisazione non contraddice l’analisi di fondo del Financial Times, ma ne ridefinisce il perimetro. Il valore eccezionale non riguarda infatti il greggio grezzo, bensì un prodotto raffinato immediatamente utilizzabile, acquistato in condizioni di emergenza. Proprio questo aspetto rafforza il punto centrale di Alphaville: la tensione più acuta non si manifesta necessariamente nel prezzo del petrolio “sulla carta”, ma nel costo dell’energia pronta all’uso, che incorpora rischi logistici e assicurativi crescenti. La CPC ha infatti sottolineato che l’acquisto di diesel a tali prezzi era considerato inevitabile per evitare una carenza di carburante nel Paese, chiarendo che l’aumento dei prezzi dei prodotti raffinati sui mercati internazionali aveva reso queste condizioni di acquisto straordinarie ma necessarie. Secondo l’ente, la confusione mediatica è nata da un’interpretazione impropria delle dichiarazioni del CEO di HSBC, che avrebbe parlato genericamente di “fuel” e non specificamente di greggio.
Nel loro insieme, le due fonti descrivono però lo stesso fenomeno da prospettive diverse ma complementari. Un ampio divario tra spot e futures indica infatti che la scarsità immediata è più grave di quanto suggeriscano i prezzi finanziari e il prezzo record, che riguarda soprattutto risorse come il diesel raffinato, è il risultato di premi, costi di trasporto e assicurazioni eccezionalmente elevati. Il caso Sri Lanka mostra quindi come il prezzo future del petrolio possa restare relativamente contenuto mentre il costo fisico dell’energia consegnata raggiunge livelli estremi. La differenza tra i due è perciò una misura concreta dello stress della catena di approvvigionamento, che colpisce prima i prodotti pronti all’uso e i Paesi più dipendenti dalle importazioni. D’altronde, passando dalla finanza (cioè dai prezzi future) alla realtà, la situazione è chiara e può essere riassunta dalla seguente immagine, che mostra l’andamento del traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz con portata superiore a 10.000 tonnellate (deadweight tonnage, una misura della quantità massima di carico che una nave può trasportare):
Le due linee indicano le navi in entrata (Inbound) e in uscita (Outbound) dallo Stretto e il crollo improvviso registrato dopo il 28 febbraio segnala una quasi paralisi dei transiti con quasi tutte le grandi petroliere che hanno smesso di attraversare lo stretto per motivi di sicurezza. Come sintetizzano gli analisti di The Kobeissi Letter la drastica riduzione dei transiti nello Stretto di Hormuz equivale a una massiccia sottrazione fisica di petrolio dal mercato mondiale che è già stata ribattezzata come la più grande interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia moderna. Oltre 500 milioni di barili rimossi dal mercato in meno di due mesi corrispondono infatti a circa 50 miliardi di dollari di produzione e a un volume di energia sufficiente ad alimentare l’intera industria marittima mondiale per quattro mesi. Il grafico, con il suo brusco “precipizio”, traduce questi numeri astratti in un fatto chiaro e immediato e cioè che il petrolio non sta semplicemente diventando più caro ma sta fisicamente smettendo di circolare. E, come dimostra il caso srilankese, non sempre questo viene integrato nei prezzi dei benchmark globali che hanno come riferimento i prezzi future e non spot.
Un altro esempio è costituito anche dalla formazione di una sorta di premio del petrolio fisico saudita “Arab Light” destinato all’Europa rispetto al contratto finanziario sul Brent. In altre parole, il premio misura lo scarto tra il prezzo del petrolio consegnato fisicamente sul mercato reale e il prezzo implicito dei contratti future sul Brent, che rappresentano il riferimento principale del mercato finanziario petrolifero. La linea blu del grafico seguente evidenzia come questo differenziale sia stato per molti anni relativamente contenuto, oscillando intorno a valori modesti, con alcune fasi di lieve premio o sconto. Una deviazione marcata si osserva durante il periodo del Covid‑19, quando il premio diventa fortemente negativo, segnalando un crollo della domanda fisica e un eccesso di offerta immediata rispetto alle aspettative riflesse nei future. La parte finale del grafico, relativa all’attuale contesto bellico, mostra invece un’impennata molto netta del premio, che arriva a sfiorare i 30 dollari per barile, un livello eccezionalmente elevato rispetto allo storico. La storia si ripete: chi desidera ottenere barili reali, subito disponibili, deve pagare un sovrapprezzo molto elevato rispetto ai prezzi scambiati sul mercato dei contratti finanziari.
In presenza di shock geopolitici e di un mercato fisico molto rigido, il prezzo del petrolio reale può dunque divergere in modo significativo dai future, mostrando come la tensione sull’offerta immediata non sia pienamente catturata dal mercato finanziario. In questi contesti di forte turbolenza geopolitica e geoeconomica, la disponibilità reale del barile diventa quindi molto più preziosa rispetto al valore “su carta” del contratto finanziario.