L’Opec+ non lascia, raddoppia: dopo maggio, anche giugno mostrerà un segno positivo nella produzione di petrolio da parte del cartello che rappresenta il maggior gestore degli equilibri mondiali del mercato del greggio. E non si può non guardare all’attenzione che viene data da due Paesi in particolare, Arabia Saudita e Russia, a questa svolta. Oltre 411mila barili al giorno in più di offerta saranno messi sul mercato nel mese in corso e si prevede che un’analoga impennata prenderà piede a luglio, portando complessivamente a poco meno di 1,5 milioni di barili l’aumento della produzione che si avrà in estate rispetto alla fine di aprile.
Si sta aprendo, in questa circostanza, una fase di acuta accelerazione del mercato dopo tre anni di artificiale contenimento della produzione da parte dei Paesi del cartello Opec e i partner del sistema Opec+. Mosca e Riad sul fronte energetico hanno ormai dimenticato la guerra dei prezzi del 2020, quando all’ombra della pandemia finirono per contribuire a spingere sottozero i prezzi. Ora Russia e Arabia Saudita sono disposte a sobbarcarsi l’onere della leadership e anche un certo livello di perdite economiche per governare il mercato e mandare un messaggio al principale rivale fuori dal sistema Opec/Opec+: i produttori di shale oil statunitensi, che hanno bisogno di un petrolio stabilmente sopra i 90 dollari al barile per prosperare.
Petrolio di Stato e petrolio privato
In questa fase di rallentamento economico globale incentivato dalla guerra commerciale lanciata dall’amministrazione di Donald Trump con i suoi dazi, che può prospettare un calo generalizzato della domanda di petrolio, Mosca e Riad mirano a metter fuori mercato i rivali americani aumentando l’offerta, sia per plasmare nuove rotte di fornitura sia per tesaurizzare nelle loro ampie riserve strategiche il greggio, così da poterlo rivendere in tempi migliori a prezzi maggiorati, prevenendo inoltre il fatto che altri operatori (come l’Iran dopo un’eventuale fine delle sanzioni) possano tornare in forza nel mercato.
“L’Opec+ sta trattenendo l’offerta dal 2022 nel tentativo di sostenere i prezzi”, nota il Financial Times, aggiungendo che “un taglio di 2 milioni di barili al giorno per tutti i membri dell’OPEC+ e un taglio volontario di 1,65 milioni di barili al giorno da parte di otto membri rimarranno in vigore fino alla fine del 2026” e che “un secondo taglio volontario di 2,2 milioni di barili al giorno da parte degli stessi otto membri è stato successivamente imposto”.
Nell’allentamento, a luglio l’Opec+ presumibilmente avrà rimesso in circolo solo poco più di un terzo dei quasi 3,9 milioni di barili di produzione artificialmente tagliati, nella speranza che al contempo l’allentamento acceleri la ripresa economica internazionale che serve per tenere i prezzi in equilibrio senza artifici di vario tipo. In quest’ottica, non è tanto Trump l’ostacolo quanto piuttosto il mondo dei produttori americani a cui è ritenuto più facile, viste le determinanti strutturali, sottrarre quote di mercato: Russia e Arabia Saudita sono Stati-rentier con grandi apparati produttivi a trazione pubblica che non devono gestire sul breve periodo gli stessi problemi di finanziamento e costi fissi delle compagnie private dello Shale. Nell’epoca del ritorno in campo degli apparati nazionali, un altro segnale da non sottovalutare nel mercato di “Re Petrolio”.
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