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Nella giornata del 28 settembre il prezzo del petrolio sui mercati internazionali ha sfondato per la prima volta dal 2018 gli 80 dollari al barile. Ai tempi la causa del rincaro furono il braccio di ferro in Medio Oriente tra Iran e Stati Uniti e le tensioni legati al rischio di un’ascesa dei dazi commerciali tra i Paesi più avanzati, oggi invece a trainare la crescita del greggio sono la ripresa economica post-Covid, la ripresa dell’inflazione e le asimmetrie tra domanda e offerta di materie prime e combustibili nelle economie più avanzate.

La grande sfida energetica dell’Unione

L’Unione europea, in particolar modo, è tra le aree economiche maggiormente esposta al rischio di una vera e propria tempesta perfetta sul fronte energetico: mentre programma piani di medio lungo termine estremamente ambiziosi su transizione energetica e rinnovabili, l’Europa rischia danni durissimi dalle fonti tradizionali, dato che alle problematiche connesse al rincaro del greggio si sommano le complesse dinamiche del gas naturale, a sua volta caratterizzato da un rally e di cui il Vecchio Continente fatica a mantenere livelli adeguati di scorte. Recentemente Sissi Bellomo su Il Sole 24 Ore ha ricordato che “le scorte di gas europee sono a livelli di guardia, ai minimi da 10 anni per questo periodo: in media gli stoccaggi sono pieni al 69% (dati Gie). L’Italia sta un po’ meglio con l’83%, ma l’anno scorso in quest’epoca erano al 95%” e l’avvicinarsi della stagione fredda va di pari passo con i rallentamenti nelle forniture dalla Russia, dall’Algeria e dal Mare del Nord.

Tutto questo sta mettendo sotto pressione i consumatori di energia in campo economico-industriale, soggetti a rincari nelle bollette che si ripercuotono sui costi dei beni di prima necessità e di consumo, gli utenti privati, i governi e le istituzioni internazionali che vedono i margini operativi ristretti. E in particolare l’Unione europea appare sotto accusa per aver avuto scarsa capacità programmatica. In particolare la commissione von der Leyen ha messo in campo una strategia economica per la transizione energetica che appare senza ombra di dubbio non priva di elementi di realismo e pragmatismo, ma non ha saputo agire in maniera altrettanto razionale sul fronte del governo dei settori energetici tradizionali. Offrendo una strategia d’insieme capace di far valere il peso del mercato europeo, il maggiore su scala planetaria, in una fase difficile.

Verso una nuova crisi energetica?

Tutto questo espone l’Europa alle stagionalità della domanda di petrolio e, soprattutto, gas portandola a sperare di fatto in una natura clemente per evitare nuove fiammate nei prezzi e nuove pressioni sulle scorte. Parlando con Formicheil professor Alberto Clò, economista ed ex ministro dell’Industria nel governo Dini ha dichiarato che di fatto “l’Europa in questo momento si trova a sperare che nei prossimi mesi ci sia un clima mite e che si assista ad una buona ventosità”. Clò rivela che nei prezzi c’è “una fragilità che mancava dal secondo dopoguerra e non è casuale, ma l’esito delle politiche attuate. Questo choc dei prezzi è un punto di svolta che non era stato minimamente percepito” per quanto fosse possibile aspettarsi una dinamica del genere dato il profondo attrito tra la fase di depressione e introversione economica del 2020 e lo sdoganamento della ripresa nell’anno in corso. D’altra parte, nota lo studioso, “nessuno dei grandi punti di svolta energetici è mai stato colto in passato. Si pensi alla crisi petrolifera del 1973, di cui c’erano tutti i presupposti”.

Mezzo secolo fa il problema principale erano la stagnazione economica unita alla crescente inflazione (stagflazione), l’esaurimento del boom economico e l’aumento delle rivendicazioni dei Paesi produttori mediorientali. Oggi a influenzare i mercati di gas e petrolio c’è l’asimmetria tra domanda e offerta, il caos nelle catene del valore, la crisi dei commerci e la susseguente ondata sismica che ha colpito manifattura, industria e logistica, la necessità di finanziare la transizione green e le conseguenti misure che rendono tendenzialmente sfavorevole per cittadini e imprese l’utilizzo di fonti inquinanti in una fase in cui esse sono, comunque, ancora dominanti.

L’Europa al centro del mirino

In mezzo a questo guado c’è l’Europa, continente affamato di energia ma con ridotte produzioni interne. Eccezion fatta per alcuni esempi di programmazione strategica come quella fatta dalla Germania sul gas naturale per diversificare le fonti o dal ruolo che giocano colossi come Eni e Total per Italia e Francia il Vecchio Continente è stato più oggetto che soggetto delle grandi dinamiche di gas e petrolio nei mercati internazionali. Con il rifiuto di far sentire la sua voce in capitolo la Commissione ha mancato di partecipare come fonte di distensione a uno dei grandi tavoli globali su cui spadroneggiano attori come la Russia, gli Usa e il cartello Opec. E in vista dell’inverno l’Europa sembra esser destinata a guardare, sperando, il cielo e la colonnina di mercurio per capire come limitare i danni in un contesto che, lungi dal decretarne la fine, vede le fonti fossili sempre più decisive e strategiche.