Perché l’Occidente non ha sanzionato l’uranio russo

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Nel carosello di problematiche e paradossi inaugurato dalla guerra in Ucraina e dal braccio di ferro tra Mosca e l’Occidente l’esclusione pressoché totale dell’uranio di Mosca dalle sanzioni europee e americane è un punto di caduta fondamentale.

Ne abbiamo avuta una testimonianza, e ne parlammo a inizio conflitto, con la scelta consapevole degli Stati Uniti di promuovere l’esclusione dell’uranio importato dalla Russia nell’embargo pressoché totale a Mosca varato dopo l’invasione-spartiacque del 24 febbraio 2022. Ai tempi facevamo notare come il ruolo strategico della Russia nell’industria nucleare globale fosse dovuto alla sua posizione decisiva nella catena del valore. La Russia è una “superpotenza” dei reattori decisivi per arricchire l’uranio e può garantire una capacità su questo fronte decisivo per il 43% della domanda mondiale pur controllando solo il 6% delle riserve provate a livello globale. L’alleanza di lungo corso con produttori come Kazakistan, Uzbekistan e Namibia permette a Mosca di potenziare le capacità di arricchimento.

Oltre tredici mesi dopo lo scoppio della guerra la situazione non è cambiata. Tvel, la controllata del gigante russo Rosatom, resta la principale produttrice di materiale fissile al mondo. E la stessa Rosatom è ben presente in Occidente. Le esportazioni di uranio in America valevano un miliardo di dollari prima della guerra, e bisogna attendere i dati del 2022 per capire quanto saranno calate dopo il conflitto.

Secondo indiscrezioni raccolte dal New York Times, il 20% dell’uranio arricchito utilizzato negli Usa nel 2022 è di lavorazione russa e lo è anche il 15% di quello francese. Inoltre, ben cinque Paesi (Bulgaria, Finlandia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) in Unione europea hanno i loro reattori costruiti e storicamente alimentati da Rosatom, che fornisce un quinto dell’uranio alla comunità dei Ventisette. L’americana Westinghouse sta sostituendo Rosatom come gestore occidentale dei programmi nucleari dei primi quattro Paesi, Enel è attiva in Slovacchia, l’Ungheria invece tira dritto nel rapporto con Mosca.

L’Occidente con le mani legate

La difficoltà occidentale a rompere la dipendenza dalla Russia è legata dunque al duplice problema che vede gli Usa storicamente vincolati alle importazioni di materiale russo arricchito per la generazione elettrica e l’Europa fortemente penetrata da Rosatom, oggi attiva nel risiko del nucleare nei Paesi in via di sviluppo. Il New York Times ha puntualizzato che “Rosatom ha ottenuto un successo unico sia come impresa commerciale che come veicolo per l’influenza politica russa. Gran parte della sua ascesa è dovuta a ciò che gli esperti hanno etichettato come un one-stop nuclear shop“.

Rosatom, i cui reattori sono garantiti per durare fino a quarant’anni, è stata capace “di fornire ai paesi un pacchetto all-inclusive: materiali, formazione, supporto, manutenzione, smaltimento delle scorie nucleari, smantellamento e, forse più importante, finanziamento a condizioni favorevoli”. Ciò ha reso il colosso di Mosca strategicamente decisivo in Europa.

La supremazia della Russia

L’influenza della Russia e il suo ruolo di collo di bottiglia del mercato nucleare mondiale sono ancora più pronunciati sull’uranio, in termini relativi, di quanto lo siano nel petrolio con l’Opec+ e sul gas naturale in relazione al controllo del mercato mondiale. Fino ad ora la soluzione è stata pilatesca: ignorare questa faccenda e continuare con il business as usual con Mosca nella strana nuova Guerra Fredda in cui i principali contendenti si scambiano senza problemi la più strategica tecnologia a uso duale, civile e militare, del sistema contemporaneo.

Secondo fonti europee sentite da Politico.eu la dipendenza potrebbe essere rotta ma a patto di mettere in campo strategie politiche complesse e molto onerose. I Paesi vicini alla Russia come Kazakistan e Uzbekistan non vendono in forma esclusiva a Mosca; dal Niger all’Australia molti produttori forniscono uranio alternativo. Il nodo sta nello sviluppo di capacità di arricchimento reali e sostenibili. Westinghouse è tra i pochi gruppi Usa capaci di garantirle; in seconda fila c’è la francese Edf. Ma una “Rosatom occidentale” ad oggi manca. Ed è il vero nodo su cui si infrange ogni volontà di sanzionare l’uranio russo. Mai messa finora pienamente in campo. Stranezze e contraddizioni di una guerra apparentemente senza limiti se non quelli dettati dalle piccole ipocrisie della politica e del commercio.