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Energia

Perché la Turchia resta la porta europea del gas russo

La Turchia è da anni un corridoio energetico cruciale per l’Europa, ma il nuovo piano UE prevede requisiti più stringenti...
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La decisione della Turchia di non sostenere il piano dell’Unione Europea per eliminare le importazioni di gas russo entro il 2027 non è soltanto un atto di politica energetica. È una mossa strategica che riflette il ruolo di Ankara come hub regionale, il peso della sua politica estera indipendente e la volontà di massimizzare il proprio potere negoziale in un contesto di tensioni internazionali. Come ha chiarito il ministero degli Esteri turco, Ankara applica soltanto le sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza ONU, rifiutando le misure unilaterali di Bruxelles.

Il corridoio del gas e la “scappatoia”

La Turchia è da anni un corridoio energetico cruciale per l’Europa, ma il nuovo piano UE prevede requisiti più stringenti di monitoraggio per tracciare l’origine del gas. Qui emerge il problema: senza la collaborazione di Ankara, le forniture potrebbero continuare a includere gas russo “mischiato” con altre origini, aggirando i divieti. Il punto di scambio di Strandzha-Malkoclar, tra Turchia e Bulgaria, e l’interconnettore Kipi, tra Turchia e Grecia, sono indicati dagli esperti come punti ad alto rischio. I flussi attraverso questi canali, pur modesti rispetto ai 150 miliardi di metri cubi annui che la Russia esportava un tempo verso l’UE, coprono comunque una quota rilevante delle importazioni via gasdotto del blocco.

Il gas russo, più economico rispetto ad altre forniture, resta appetibile per operatori e governi, soprattutto in un contesto di prezzi energetici ancora instabili. Per Bruxelles, questa “scappatoia” mina uno dei pilastri della strategia post-2022: ridurre le entrate energetiche del Cremlino per limitare la sua capacità di finanziare la guerra in Ucraina. Per Ankara, invece, mantenere aperta questa via significa rafforzare il proprio ruolo di snodo e garantirsi margini di manovra in trattative bilaterali, sia con Mosca che con l’UE.

Politica estera e leva negoziale

Le relazioni tra Turchia e Unione Europea sono oggi “al livello più basso possibile”, come sottolineano vari analisti. Il governo di Recep Tayyip Erdogan usa la leva energetica anche per ottenere concessioni in altri dossier: la riapertura dei negoziati di adesione, fondi per progetti green, o accordi commerciali preferenziali. Parallelamente, Ankara mantiene un canale privilegiato con Mosca, evitando di compromettere i legami economici e politici con il Cremlino. In questo quadro, l’energia diventa uno strumento di diplomazia multilivello, con cui Erdogan può parlare a più tavoli contemporaneamente.

Il dossier energetico si intreccia con la posizione della Turchia nella guerra russo-ucraina. Ankara, che ha già svolto un ruolo di mediatore in passato, è ora corteggiata da Kiev: il presidente Zelensky punta a ratificare un accordo di libero scambio durante una prossima visita di Erdogan, un segnale politico che andrebbe oltre il commercio. Ma la stessa Turchia si muove con cautela, mantenendo relazioni funzionali con entrambe le parti del conflitto. Questo equilibrio le consente di restare un attore imprescindibile, ma la espone anche a critiche da parte di partner occidentali.

Un braccio di ferro destinato a durare

La questione del gas russo via Turchia non si esaurirà in pochi mesi. La capacità dell’UE di chiudere le vie residue di approvvigionamento dipenderà non solo dalla cooperazione di Ankara, ma anche dalla disponibilità di forniture alternative a prezzi sostenibili. Allo stesso tempo, la Turchia continuerà a usare la propria posizione geografica come strumento di influenza, capitalizzando sul fatto che nessuna strategia energetica europea può ignorare il suo territorio. In questo confronto, energia e geopolitica restano inscindibili, e ogni molecola di gas che attraversa il Bosforo racconta una storia di potere, interessi e negoziazioni.

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