Perché la guerra in Iran è uno shock energetico per tutta l’Asia

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

La guerra in Iran sta generando un terremoto energetico che farà presto tremare gran parte dell’Asia. La Cina è soltanto la punta dell’iceberg. Basta dare un’occhiata ai numeri in campo per rendersi conto di quanto potrebbe presto accadere.

Considerando tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, o comunque sfiorati dalle tensioni in Medio Oriente, l’Arabia Saudita è il secondo produttore mondiale di petrolio, mentre la Repubblica Islamica rientra nella top 10. Il piccolo Qatar è invece il secondo esportatore in assoluto di gas naturale liquefatto (Gnl), e anche Kuwait, Iraq ed Emirati Arabi Uniti sono importanti produttori.

Dallo Stretto di Hormuz passano solitamente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno – un quinto del consumo globale – oltre al Gnl venduto dai governi qatarioti ed emiratini che vale il 20% dell’export complessivo.

Ebbene, secondo quanto riportato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia i Paesi asiatici sono i più esposti in termini energetici, visto che l’80% del petrolio e quasi il 90% del gas che transitano attraverso Hormuz sono destinati a finire il loro viaggio in Oriente.

Chi rischia di più in Asia

La Cina è il principale importatore mondiale di petrolio greggio e la produzione dei Paesi del Golfo rappresenta quasi la metà delle sue importazioni di petrolio. La società di ricerca di mercato Kpler le quantifica al 50%, più o meno come quelle di Malesia (47%) e India (46%).

L’allarme si intensifica per Taiwan, Corea del Sud e Thailandia, che si affidano rispettivamente al greggio proveniente dal Medio Oriente per il 61%, 69% e 60%. Molto preoccupante, invece, è la situazione che riguarda Giappone (91%), Filippine (94%), Vietnam (82%), Myanmar (92%), Bangladesh (91%) e Sri Lanka (100%).

Nei guai, soprattutto se il conflitto dovesse intensificarsi, prolungarsi nel tempo e cristallizzarsi, anche Oman (98%) e Pakistan (93%).

L’India, per dimensioni e tassi di crescita economica, è la nazione più in apprensione. Delhi, del resto, dipende fortemente dal greggio proveniente da Iraq e Arabia Saudita, ancora di più da quando gli Stati Uniti l’hanno spinta a ridurre i suoi acquisti di petrolio russo.

La Cina: un caso a parte

Diverso è il caso cinese. Come ha spiegato il sito Politico, quasi tutto il petrolio esportato dall’Iran, e più della metà di quello del Venezuela, è finito nella pancia del Dragone. L’oro nero di Teheran e Caracas rappresentava nell’insieme circa il 17% degli acquisti complessivi di greggio da parte di Pechino: una quota più che rilevante per il più grande importatore mondiale di questa preziosa risorsa energetica.

Non è dunque un caso, o solo retorica, che il ministero degli Esteri cinese si sia detto “molto preoccupato” per gli attacchi all’Iran e ha chiesto la fine della guerra. La stretta sull’approvvigionamento energetico della Cina arriva tra l’altro anche a poche settimane dal vertice previsto tra Donald Trump e Xi Jinping.

Cosa aspettarsi da una situazione del genere? Qualora i combattimenti in Medio Oriente dovessero intensificarsi è lecito attendersi una maggiore dipendenza cinese dalle forniture energetiche russe. L’Asia farebbe comunque bene a iniziare a prepararsi a un potenziale shock energetico senza precedenti.