Offerta limitata, prezzi in aumento. Il dossier petrolifero inizia a scottare anche per la Cina, uno dei Paesi più attrezzati del mondo per resistere a uno shock energetico. La guerra in Iran, con le conseguenti alterazioni dei traffici di oro nero attraverso lo Stretto di Hormuz e di Bab el-Mandeb, ha causato non pochi problemi a Pechino, il più grande importatore di greggio nonché il principale acquirente di petrolio iraniano.
Basta dare un’occhiata ai numeri per capire la complessità della situazione. Nel 2025 il Dragone ha importato quasi 12,4 milioni di barili al giorno di greggio, la metà dei quali provenienti dal Medio Oriente. Nel secondo trimestre del 2026 le importazioni cinesi sono scese a 8,1 milioni di barili al giorno, un calo del 32% rispetto al trimestre precedente. A maggio e giugno erano addirittura scese sotto gli 8 milioni di barili/giorno, il minimo dal 2016.
Scendendo ulteriormente nei dettagli, secondo i dati della società di consulenza Kpler, a luglio e agosto l’import cinese di greggio iraniano si è fermato a 530.000 barili quotidiani: il 48% in meno rispetto ai valori prebellici, addirittura il 72% in meno dell’ottobre 2024.
Certo, la Cina ha investito molto sull’elettrificazione dei trasporti e sulle energie rinnovabili, ha accumulato scorte quando i prezzi del greggio erano bassi (con una media di 12 milioni di barili al giorno nella seconda metà del 2025), ma il petrolio iraniano mancante non può essere così facilmente sostituito.

L’importanza del petrolio iraniano per le raffinerie cinesi
L’Iran ha a lungo rappresentato una fondamentale fonte di greggio low cost per le piccole raffinerie indipendenti della Cina, le cosiddette teapot, impianti privati con molte meno opzioni di approvvigionamento rispetto alle grandi compagnie petrolifere statali.
Finché l’oro nero di Teheran arrivava oltre la Muraglia, le teiere del Dragone, per lo più concentrate nella provincia dello Shandong, riuscivano a mantenere margini di raffinazione soddisfacenti, trasformando il greggio in benzina, diesel e altri prodotti destinati all’industria chimica e manifatturiera (sia interna che internazionale).
Con la progressiva chiusura del rubinetto iraniano queste raffinerie sono state costrette a cercare alternative più costose in Africa occidentale, Canada e Sud America, spingendo al rialzo il prezzo del petrolio. Detto altrimenti, la caccia di Pechino ai barili rischia di alimentare le tensioni sul mercato petrolifero globale.
Se, infatti, nei primi mesi della guerra in Medio Oriente il calo degli acquisti cinesi aveva contribuito a contenere la corsa dei prezzi, i recenti segnali di una ripresa della domanda da parte della Cina hanno invece iniziato a spingere al rialzo le quotazioni di alcune qualità di greggio.

Anche Pechino ha bisogno di petrolio
Data la situazione è interessante tornare all’ultimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. L’analista Jack Prandelli ha ricordato sul suo Substack, The Merchant’s News, che il presidente statunitense ha chiesto al suo omologo cinese di aumentare la produzione di carburanti raffinati. Il motivo? Stabilizzare l’offerta globale e contenere i prezzi, a partire da quello del diesel americano finito ormai fuori controllo.
Il fatto è che, nel momento in cui scriviamo, le raffinerie di Pechino hanno sospeso l’export di prodotti petroliferi in attesa di ricevere nuove direttive governative. Reuters ha scritto, per esempio, che PetroChina ha già cancellato la maggior parte dei carichi di benzina e carburante per aerei.
Questo blocco, se così vogliamo chiamarlo, è iniziato il primo giorno della Golden Week, la settimana di festività che si apre con la Festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese, il primo giorni di ottobre, e che termina il 7 dello stesso mese. Potrebbe trattarsi di una sospensione temporanea causata dal periodo particolare oppure da una precisa strategia volta a proteggere le scorte interne che sono diminuite. Se così fosse sarebbe un problema non da poco… Lo scopriremo tra qualche giorno.

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