All’ombra della Terza guerra del Golfo gli Emirati Arabi Uniti scelgono lo strappo con l’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio che (nel formato Opec+ allargato alla Russia e altri Paesi) è oggi il driver dominante dei mercati del greggio a livello internazionale, un cartello che gestisce meccanicamente offerta e, indirettamente, prezzi dell’oro nero. Dopo anni di tensioni con l’Arabia Saudita “regina” del cartello e dopo esser stati colpiti duramente dall’Iran nelle rappresaglie di Teheran dopo i raid israelo-americani avvenuti dal 28 febbraio all’8 aprile gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di rompere l’1 maggio con l’organizzazione ove entrarono nel 1967, sottraendo al lobbying Opec il 4% circa dell’offerta globale, pari a 4-4,5 milioni di barili al giorno.
Lo strappo maggiore della storia dell’Opec
Parliamo di una perdita di produzione di greggio nel perimetro Opec che non ha precedenti nei casi passati di Paesi usciti dall’organizzazione con sede a Vienna: Ecuador (uscito nel 1992, rientrato nel 2007, riuscito nel 2020), Gabon (uscito nel 1995, rientrato nel 2016), Indonesia (dentro dal 1962 al 2008 e per alcuni mesi nel 2016), Qatar (uscito nel 2019) e Angola (ha abbandonato Opec nel 2023), sommati, non arrivano alla produzione petrolifera di Abu Dhabi, settima al mondo per output.
La mossa segna almeno quattro punti. In primo luogo, un duro colpo al controllo del mercato da parte di un cartello dove continuano a esserci i principali Paesi colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che sottrae 11 milioni di barili di petrolio al giorno all’offerta mondiale, ma anche lo stesso Iran, facendo dell’Opec una potenziale camera di compensazione di tali crisi. Secondo punto, si palesano rabbia e frustrazione degli Emirati Arabi Uniti per i rapporti in deterioramento con molti alleati. Abu Dhabi accusa i Paesi arabi di non aver fatto abbastanza per proteggere i cieli emiratini durante la guerra nel Golfo.
Scenari critici
“I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole”, ha attaccato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, parlando con Reuters.
Questa contingenza tattica dà il là alla prospettiva strategica più chiara di un distacco che il presidente Mohamed bin Zayed ha tutt’altro che disincentivato mostrando assieme al governo che guida frustrazione per il sistema di quote dell’Opec, i rigidi vincoli imposti dal dialogo a formato Opec+ e i freni a potenziali crescite dell’export. Terzo punto, emerge la rivalità emiratino-saudita anche sul piano energetico, pochi mesi dopo che a cavallo tra fine 2025 e inizio 2026 Riad e Abu Dhabi erano andate a un passo dalla guerra in Yemen per l’avventuroso sostegno emiratino ai separatisti del Southern Transition Council.
Nuovo asse energetico con Usa, Israele, Azerbaijan?
Sul piano energetico, infine, gli Emirati cercano alleanze alternative e ora potranno cercare di condizionare il mercato da battitori liberi. Gli Emirati collaborano con un partner non-Opec, l’Azerbaijan, per progetti comuni tra il colosso di Baku, Socar, e la Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc) e, scriveva Caliber a febbraio, il triangolo può espandersi anche a Israele:
Baku fornisce una parte significativa del fabbisogno di carburante di Israele e ha ampliato la sua presenza nei mercati energetici israeliani, acquisendo una partecipazione del 10% nel giacimento di gas offshore di Tamar e prendendo parte a progetti di esplorazione congiunti nelle acque israeliane. Questi sviluppi si integrano perfettamente con gli investimenti emiratini e israeliani nei settori dell’energia e delle infrastrutture e segnalano l’emergere di un triangolo Emirati Arabi Uniti-Azerbaigian-Israele: un nesso di cooperazione informale ma strategicamente rilevante che rafforza i legami economici e di sicurezza tra il Caucaso e il Medio Oriente.
Musica per le orecchie degli Stati Uniti, primi produttori di petrolio al mondo ma sempre avversari dell’Opec e della sua logica di cartello, soprattutto nell’era del presidente Donald Trump che ha spesso accusato il cartello di agire come forza distorsiva. L’uscita degli Emirati dall’Opec può essere presa a esempio dagli Usa per ridisegnare un nuovo ordine energetico internazionale, riducendo dipendenza dal Golfo e valorizzando gli attori regionali. Adnoc ha dato un segnale verso gli Usa in questi giorni, con la prospettiva di investimenti miliardari nel settore energetico americano, specie il gas naturale liquefatto, che si preannuncia essere trasformativa. Lo strappo emiratino è una netta cesura e mostra che la Terza guerra del Golfo è arrivata per restare, almeno sul piano energetico, con conseguenze imprevedibili per accordi su offerta, commercio e, soprattutto, prezzi da cui dipendono intere economie e la loro sostenibilità.
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