Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Venti anni residui di margine per il nucleare, un decennio operativo ancora aperto per il gas naturale: la nuova tassonomia europea sulle fonti definite adatte per la transizione energetica intensifica la svolta pragmatica che già, in un certo senso, il piano Fit for 55 nel suo insieme aveva avallato.

Bruxelles, nella sua corsa alla neutralità climatica, ha avviato la presentazione dei primi punti chiave che dovranno definire gli scenari delle politiche europee per la transizione e fatto circolare la prima bozza dell’atto delegato che seguirà al piano climatico del luglio scorso.

La Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen ha avviato una consultazione con gli esperti su una bozza di atto delegato di tassonomia (che indica gli investimenti green) che comprende anche determinate attività relative al gas e al nucleare. “Tenendo conto dei pareri scientifici e degli attuali progressi tecnologici, nonché delle diverse sfide di transizione tra gli Stati membri, la Commissione ritiene che il gas naturale e il nucleare possano svolgere un ruolo come mezzi per facilitare la transizione verso un futuro prevalentemente basato sulle energie rinnovabili”, subordinando gli investimenti in materia a rigorose richieste di trasparenza. Ma quali possono essere state le motivazioni che hanno spinto la Commissione a questa mossa che taglia la strada agli ambientalisti più ambiziosi e segnala che la transizione non sarà un pranzo di gala? Oltre al ruolo degli Stati, c’è da sottolineare la questione prioritaria delle contingenze odierne.

La bomba dell’inflazione

Il primo punto, a ben guardare, è molto prosaico: l’ondata attuale di prezzi dell’energia in volo sta fornendo il gancio a un aumento dell’inflazione che, a sua volta, alimenta il circolo vizioso dei rincari frenando direttamente la possibilità di governi, imprese, utilities nell’investimento di medio-lungo periodo. Aggiungiamo a ciò l’aumento sostanziale dei prezzi nel mercato dei permessi di inquinamento (Ets) e possiamo comprendere l’entità del problema.

Davide Tabarelli, professore di economia all’Università di Bologna e presidente della società di ricerca energetica Nomisma Energia, ha pubblicato un commento sul quotidiano La Stampa in cui ha sottolineato le responsabilità di Bruxelles nel favorire, nel corso dell’ultimo anno, un’accelerazione verso questo trend e criticato l’enfasi retorica dei politici che hanno “posto la transizione ecologica alla base dei loro programmi” e presentandola come “facile” ai cittadini. In Italia più volte il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolaniil ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e altri esponenti politici attenti al tema dell’energia come il consigliere regionale dell’Emilia-Romagna e analista geopolitico Gianni Bessi hanno più volte, pur provenendo da mondi e ambienti di partenza differenti, concordato nelle loro dichiarazioni e analisi sulla necessità di evitare di fare della transizione energetica un bagno di sangue. E ora la batosta dei rincari invita l’Unione a proseguire sulla strada del pragmatismo.

Del resto, che la soluzione fosse diventata kafkiana lo si era capito da tempo. Non a caso negli ultimi mesi era addirittura emerso il fatto che per la crisi dei prezzi del gas l’Europa stesse tornando a bruciare carbone per contenere il boom dei costi nella generazione elettrica e anche la Germania ha visto l’aumento del 30% dei consumi. Una situazione emergenziale imposta dalla bomba inflativa.

Partita a scacchi sulla transizione

Ebbene, l’ascesa del consumo e del prezzo del carbone ha avuto perlomeno l’effetto di mostrare la differenza tra fonti fossili capaci di frenare la transizione e fonti, invece, che possono giocare un ruolo nel quadro degli scenari del futuro, come il gas naturale. Il discorso sul nucleare è più complesso, invece, perché si inserisce nel quadro di un braccio di ferro tra la Francia e la Germania, membri dell’asse di testa dell’Ue ma in duello su questo fronte, con Parigi che col governo di Emmanuel Macron spinge attraverso il piano France Relance su nuove centrali di ultima generazione e Berlino che invece col nuovo governo Spd-Verdi-Liberali intende accelerare i progetti di dismissione.

La Germania di Olaf Scholz, in quest’ottica sarà l’osservata speciale nella prima partita importante dell’era post-Merkel. La Cancelliera aveva impostato una strategia volta a rendere la Germania l’hub nord-europeo del gas attraverso Nord Stream 2, a sostituire gradualmente il nucleare e il carbone con l’oro blu e le rinnovabili e a aprire dunque alla sicurezza energetica nazionale. La presenza dei Verdi di Annalena Baerbock, neoministro degli Esteri, in seno al governo Scholz, ha ritardato la certificazione definitiva del gasdotto con la Russia e segnato un’accelerazione sull’uscita dal nucleare, con la conseguenza che oggigiorno la tassonomia europea pressa la coalizione semaforo su due versanti. Da un lato, la Francia e i Paesi dell’Europa orientale premono sul nucleare; dall’altro, quelli dell’Europa meridionale sul gas naturale, mentre la Commissione guidata da un’esponente del partito della Merkel passato all’opposizione (Cdu) come la von der Leyen aggiunge ulteriore pressione. E non è da escludere una questione tutta tedesca in questa accelerazione.

Breton detta la linea?

In seno alla Commissione, in ogni caso, prende quota quanto affermato mesi fa da Carlo Rubbia: il Nobel italiano ha indicato infatti gas e nucleare come risorse ponte chiave per preparare il terreno alle rinnovabili. Il Financial Times sottolinea il ruolo del supercommissario all’Industria Thierry Breton, uomo come Rubbia di scienza e politica, nel costruire le tessere del mosaico europeo per la transizione. Secondo il quotidiano della City di Londra Breton ritiene che gas e nucleare siano le uniche risorse necessarie per accelerare effettivamente la transizione e portarla agli obiettivi previsti nel 2030 e alla neutralità climatica entro il 2050.

Investimenti industriali in tecnologie mature e programmazione strategica possono dunque proteggere l’Europa dalle Forche Caudine dell’inflazione e dall’avvitamento della transizione su risorse frenanti come il carbone. A patto di scegliere, ora come sempre, la strada del realismo. E la posizione che la Germania assumerà sulla nuova tassonomia sarà cruciale per capire con che dose di pragmatismo il nuovo esecutivo ecologista consentirà all’Europa di muoversi sul tracciato del contrasto alla crisi climatica.

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