Non solo Hormuz: è la Cina l’arbitro delle quotazioni del petrolio

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Solo poche settimane fa il mercato temeva una nuova crisi energetica globale. Gli attacchi nel Golfo Persico, il blocco dello Stretto di Hormuz, i danni a impianti petroliferi e raffinerie in Russia e il rischio di un’interruzione delle forniture avevano riportato alla memoria lo shock seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Eppure, oggi lo scenario appare completamente diverso. Le quotazioni del petrolio sono tornate ai livelli precedenti al conflitto, il gas ha perso gran parte dei rialzi registrati durante la crisi e anche numerose altre materie prime hanno invertito la rotta. A prima vista, il mercato sembra aver archiviato la guerra. Ma è davvero così?

Per capire cosa sta accadendo bisogna guardare oltre i movimenti dei prezzi. Dietro la brusca correzione delle materie prime si nasconde infatti una dinamica molto più complessa, in cui si intrecciano tensioni geopolitiche ancora irrisolte, attacchi con droni alle infrastrutture energetiche e danni agli impianti produttivi. Sullo sfondo, però, emerge anche il ruolo sempre più determinante della Cina, oggi il principale consumatore e importatore mondiale di petrolio, le cui scelte di acquisto e di gestione delle scorte rischiano di essere persino più influenti degli eventi che si verificano in Medio Oriente.


Come evidenzia Sissi Bellomo in un’analisi pubblicata su Il Sole 24 Ore, il mercato delle materie prime sta in effetti vivendo una fase in cui i prezzi sembrano raccontare una storia diversa rispetto alla situazione reale delle forniture globali. Nonostante i problemi logistici e produttivi siano tutt’altro che risolti, gli operatori finanziari stanno rapidamente abbandonando le scommesse rialziste e tornano a concentrarsi sul rischio opposto: quello di un eccesso di offerta. Da qui nasce la brusca discesa registrata da petrolio, gas, alluminio e altre commodity nelle ultime settimane. Il Bloomberg Commodity Total Return Index, che misura l’andamento complessivo delle principali materie prime, ha perso quasi il 15% dai massimi storici toccati tra maggio e giugno, mentre le posizioni speculative rialziste su 25 commodities monitorate da Saxo Bank sono crollate del 73% in appena cinque settimane, scendendo a 478 mila contratti. La finanziarizzazione del mercato ha quindi amplificato una fase di liquidazioni che ha coinvolto praticamente ogni comparto, ma in particolare quello energetico.


Il caso più emblematico è proprio quello del petrolio. Nel pieno della crisi nel Golfo Persico, il blocco delle esportazioni e della produzione aveva provocato la più grande interruzione dell’offerta della storia moderna, equivalente a più del 10% della capacità produttiva globale (nel momento peggiore, la perdita complessiva di offerta ha raggiunto i 14 milioni di barili al giorno). Le quotazioni del Brent erano schizzate fino a 126 dollari al barile, alimentando il timore di una nuova crisi energetica simile a quella che seguì l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La correzione seguita all’annuncio della tregua tra Iran e Stati Uniti è stata, però, talmente violenta da evocare il ricordo del 2020, quando la pandemia causò un crollo dei prezzi tale da provocare una distruzione della domanda senza precedenti: aerei a terra, aziende ferme e consumi energetici collassati. Oggi, quindi, i prezzi stanno raccontando una storia che non coincide completamente con la realtà fisica del mercato.


Ed è qui che entrano in gioco gli aspetti geopolitici che continueranno a dominare il mercato petrolifero nei prossimi mesi (se non anni!). La guerra ha lasciato ferite profonde nella regione. Sebbene i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz siano ripresi, il traffico marittimo resta fortemente ridimensionato. Prima del conflitto transitavano circa 130 navi al giorno; oggi nella maggior parte delle giornate ne passano appena una quarantina. Ancora più rilevante è il tema degli attacchi alle infrastrutture energetiche. La guerra ha dimostrato ancora una volta come droni e missili possano colpire bersagli strategici con grande efficacia. Secondo le stesse stime citate da Bellomo, importanti raffinerie come Satorp in Arabia Saudita, Sitra in Bahrein e Mina Al-Ahmadi in Kuwait avranno bisogno di almeno sei mesi per tornare a pieno regime. La capacità complessiva di raffinazione della regione rimane quindi tuttora ridotta di circa un terzo.

Questo significa che il problema non riguarda tanto il greggio estratto dai giacimenti, quanto la trasformazione del petrolio in prodotti finiti come diesel, carburante per aerei e altri derivati essenziali per l’economia mondiale. La sorprendente tenuta dei prezzi suggerisce tuttavia che il mercato stia guardando anche a un altro fattore: il ritorno di un possibile surplus produttivo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha ripreso a evidenziare il rischio di un’offerta destinata a superare la domanda nei prossimi anni. Inoltre, con la graduale normalizzazione dei flussi da Hormuz, centinaia di carichi rimasti bloccati nel Golfo stanno tornando sul mercato, aumentando temporaneamente la disponibilità di greggio.


In questa fase, però, esiste un attore la cui importanza è pari, se non superiore, a quella del Medio Oriente: la Cina. Il più grande importatore mondiale di petrolio è diventato il principale arbitro dell’equilibrio globale tra domanda e offerta. Se negli anni Duemila il mercato guardava principalmente all’OPEC, oggi osserva soprattutto Pechino. La ragione è semplice: ogni variazione negli acquisti delle raffinerie cinesi produce effetti immediati sulle quotazioni internazionali. Quando la Cina aumenta gli acquisti per ricostruire le proprie scorte strategiche, assorbe una quota significativa del greggio disponibile sul mercato e sostiene i prezzi. Quando invece rallenta gli approvvigionamenti, magari sfruttando le scorte accumulate nei mesi precedenti o riducendo l’attività industriale, il mercato interpreta il segnale come un indebolimento della domanda globale. Quest’ultima opzione è proprio ciò che è accaduto negli ultimi mesi.

Come evidenzia Julianne Geiger su OilPrice.com, la Cina sta imparando a utilizzare meno petrolio di quanto gli analisti avessero previsto. Le vendite di benzina di Sinopec, il maggiore raffinatore e distributore di carburanti del Paese, sono diminuite dell’8% su base annua ad aprile, mentre quelle di diesel hanno registrato un calo del 6%; secondo Goldman Sachs, il consumo di benzina e prodotti correlati potrebbe addirittura essere diminuito fino al 20%. Parallelamente, le importazioni cinesi di greggio sono crollate del 29% a maggio, scendendo a 7,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi otto anni. Dietro questi numeri potrebbe non esserci soltanto una reazione temporanea ai prezzi elevati o alle tensioni geopolitiche, bensì una trasformazione più profonda dell’economia e del sistema dei trasporti cinese verso l’elettrificazione, accompagnata da una crisi del settore immobiliare che continua a ridurre la domanda di diesel proveniente dall’edilizia e dalle infrastrutture, tradizionalmente tra i maggiori consumatori di carburante del Paese.

Per il mercato petrolifero globale questa potrebbe essere una svolta storica. Finora gli investitori hanno sempre considerato la Cina come una fonte quasi inesauribile di crescita della domanda energetica, ma se Pechino dovesse entrare in una fase segnata da efficienza energetica, elettrificazione dei trasporti e rallentamento economico potrebbe diventare un fattore strutturalmente ribassista per i prezzi, capace di attenuare gli effetti di crisi geopolitiche che in passato avrebbero provocato impennate molto più durature del greggio.

Un ulteriore segnale dell’influenza crescente della Cina sul mercato arriva dalla decisione di allentare le restrizioni alle esportazioni di carburanti introdotte durante la crisi nel Golfo. Secondo Reuters, Pechino ha autorizzato un aumento delle esportazioni di benzina, diesel e jet fuel nel mese di luglio, con volumi che potrebbero raggiungere circa 3 milioni di tonnellate, in linea con la media dello scorso anno. Inoltre, anche il gruppo Zhejiang Petrochemical è stato autorizzato a riprendere le spedizioni dopo mesi di stop. La mossa suggerisce che la Cina non sta influenzando il mercato soltanto attraverso i propri acquisti di greggio, ma anche aumentando l’offerta di prodotti raffinati sui mercati internazionali. In un momento in cui molte raffinerie del Golfo Persico operano ancora sotto capacità a causa dei danni subiti durante il conflitto, maggiori esportazioni cinesi di diesel, benzina e carburante per aerei potrebbero infatti contribuire a contenere ulteriori rialzi dei prezzi energetici.

Eppure, sarebbe un errore concludere che il rischio di una nuova impennata dei prezzi sia definitivamente alle spalle. Come osserva Tsvetana Paraskova sempre su OilPrice.com, il mercato sta scontando uno scenario molto ottimistico, basato sull’ipotesi che l’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran conduca effettivamente a una stabilizzazione duratura della regione e alla piena normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz. Tuttavia, si tratta ancora di un’intesa provvisoria e le questioni più delicate restano aperte.  Una parte significativa della resilienza mostrata dal mercato negli ultimi mesi è stata favorita da fattori difficilmente replicabili tra i quali il ricorso alle riserve strategiche da parte di diversi Paesi e la drastica riduzione degli acquisti spot da parte della Cina, che secondo le stime disponeva di oltre 1,3 miliardi di barili accumulati tra scorte commerciali e strategiche all’inizio del conflitto. Se nei prossimi mesi Pechino dovesse tornare ad acquistare greggio con maggiore intensità per ricostituire le scorte o se dovessero riemergere tensioni geopolitiche nel Golfo, il mercato potrebbe trovarsi improvvisamente con margini di sicurezza molto più ridotti di quanto oggi i prezzi lascino intendere.

Non a caso diversi analisti hanno evidenziato che il progressivo impoverimento delle scorte globali rappresenta uno dei principali fattori di vulnerabilità del sistema energetico mondiale. In definitiva, il futuro del petrolio dipenderà dall’interazione tra due forze: una geopolitica ancora instabile, che continua a minacciare le forniture globali, e una Cina che sta ridefinendo il proprio rapporto con l’energia. Se Pechino confermerà la traiettoria verso minori consumi e importazioni di greggio, i prezzi potrebbero restare sotto nell’intorno dei livelli attuali; se invece tornerà ad accumulare scorte per sostenere una nuova fase di crescita industriale e tecnologica legata anche all’intelligenza artificiale, il mercato potrebbe rapidamente riscoprire il rischio di scarsità.