Così il partito comunista cinese si compra il sole della Sardegna

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In Sardegna sta per essere attuato il più importante progetto solare mai concepito in Europa. La Chint Solar Europe ha acquistato il progetto dall’azienda spagnola Enerside, e quindi 900 ettari di terreni in Sardegna, pagando 7,2 milioni di euro.

Del progetto si parlava già alla fine del 2023 ed è ancora in fase di sviluppo. Si prevede di ricoprire l’area con impianti fotovoltaici da 360 MW e 40 MW (82,5 MWh) di batterie di accumulo, combinati con coltivazioni e pascoli. Il progetto è stato denominato “Palmadula” dal nome della località da cui si estende, a Nord-Ovest della Sardegna, fino alla borgata di San Giorgio (Sassari), estendendosi fino a Scala Erre, nelle vicinanze di Porto Torres.

Al momento è in fase di Via (valutazione di impatto ambientale) da parte del ministero dell’Ambiente e dovrebbe avere luogo alla fine del 2025, ma continuerà a ricevere pagamenti fino al “Ready to Build”, ovvero l’approvazione finale di Stato e regione, stimata per la fine del 2025. La vendita del progetto è assolutamente usuale nell’ambito delle rinnovabili, quindi è del tutto regolare la vendita dei progetti da parte degli sviluppatori prima che gli impianti vengano realizzati.

Ciò che ha fatto notizia in questo caso è l’acquirente, cioè uno dei colossi energetici globali. La Chint Solar Europe, infatti, è la succursale europea della Chint, la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici della Repubblica Popolare Cinese. Ciò che ha incuriosito è che la Chint è “sezione generale” del Partito Comunista Cinese dal 1995, di cui è diventato “comitato” nel 1998, con 18 miliardi di dollari di ricavi. L’azienda ha vinto riconoscimenti statali come “Organizzazione nazionale avanzata del partito di base” e risulta tra “le migliori 100 organizzazioni nazionali di partito nelle imprese non pubbliche”. La filiale italiana, che ha sede a Venezia, ha un giro di affari che si aggira intorno ai 40 milioni di euro. I cinesi incasserebbero circa 107 milioni di euro l’anno da questo business.

Perché la Sardegna

Molti cittadini e autorità locali si battono da anni contro la realizzazione di maxi-impianti progettati in diverse zone dell’isola. Le preoccupazioni nascono dal coinvolgimento nel progetto, definito “blitz finanziario” dalla stampa sarda, delle zone costiere, aree protette e vicine a rovine archeologiche, come nel caso dell’antica città di Neapolis. La popolazione sarda è in lotta da anni per la tutela del patrimonio paesaggistico e naturale dell’isola contro l’“invasione” di pale eoliche e di distese di pannelli fotovoltaici. Molte sono state le proteste e i cortei contro la speculazione eolica e fotovoltaica, soprattutto nelle ultime settimane.

La Sardegna possiede condizioni favorevoli che permettono una crescita continua nel settore, ad esempio l’elevato numero di ore di sole durante l’anno. Per la vasta presenza di energia rinnovabile, in Sardegna sono state presentate 809 richieste di allaccio di impianti di produzione di energia rinnovabile alla rete elettrica nazionale che, se accettate, produrrebbero 57,67 Gigawatt di potenza, coprendo tutti i quadranti dell’isola, comprese vaste aree costiere.

Il Centro Studi Agricoli ha denunciato che 200.000 ettari rischiano di essere compromessi, mettendo a rischio l’agricoltura, e ha lanciato l’allarme già nel mese di marzo. Il Csa ha specificato di non essere “contrari a priori, ma un’estensione di questa proporzione interessata a agrovoltaico, ci preoccupa enormemente: serve urgentemente fermarsi per riflettere e la Regione deve approvare urgentemente una legge regionale di orientamento”. Al momento, infatti, c’è un vuoto normativo sia inerente all’individuazione delle aree idonee, sia per l’apertura della revisione della paesaggistica, come ha sottolineato la Presidente della regione Sardegna, Alessandra Todde, che ha approvato uno stop per un massimo di 18 mesi alla realizzazione di “nuovi impianti di produzione e accumulo di energia elettrica da fonti rinnovabili che incidono direttamente sull’occupazione di suolo”. Il fine è quello di arginare momentaneamente l’assalto delle multinazionali che hanno invaso i comuni sardi di richieste di autorizzazione negli ultimi anni proprio per avere il tempo di colmare il gap normativo.

La Csa ha fatto chiarezza sulla dicitura Agrovoltaico, che comporta “il posizionamento di pannelli fotovoltaici su terreni produttivi agricoli, in strutture ad altezza di metri 2/3, apparentemente senza consumo di suolo e con obbligo di coltivare sotto i pannelli”. La coltivazione sotto i pannelli potrebbe anche essere una valida opzione, ma su territori meno estesi. Il Csa ha specificato che nel comune di Sassari ci sono ben 3000 ettari di richiesta di autorizzazione e 2000 ettari in attesa di verifica di idoneità.

Per questo motivo si ritiene che, al momento, ottenere l’autorizzazione potrebbe non essere facile, soprattutto se dovesse passare il decreto legge elaborato dal ministero dell’Agricoltura, che introdurrebbe una modifica al decreto legislativo del 2021, stabilendo per legge che gli impianti fotovoltaici non possono essere installati sui terreni agricoli.

L’interesse della Cina nei confronti dell’Italia deriva dalla presenza di tecnologie piuttosto avanzate nelle nostre aziende e nelle competenze specifiche nella progettazione e produzione di pannelli. A questo vanno aggiunte le mire espansionistiche della leadership cinese, che sta investendo sulle regioni più adatte alla realizzazione di “opere sostenibili”.

I segreti della leadership cinese

Attualmente la Cina rappresenta la leadership nel campo delle rinnovabili e delle batterie e l’Europa sta lottando per mantenere la sua presenza in questo settore, ma il maggiore problema europeo, oltre al basso corso dei prodotti cinesi, è la reperibilità delle materie prime critiche, fondamentali per la realizzazione di entrambi i prodotti. Lo scopo di Pechino è infatti affermare il proprio dominio sul mercato del fotovoltaico, costringendo così l’Ue a dipendere dai suoi prodotti.

I pannelli fotovoltaici cinesi hanno prezzi competitivi e si suppone che il motivo sia dovuto alla fabbricazione dei pannelli nella regione dello Xinjiang, dove viene lavorato il silicio dalla popolazione uigura. Gli uiguri sono attualmente sottoposti a gravi repressioni e il governo cinese ha attuato programmi che prevedono il loro trasferimento in massa in “strutture di addestramento” al fine di “garantire un impiego stabile a persone di tutte le etnie”. Di fatto si tratta di trasferimento forzato di popolazione e riduzione in schiavitù. A conferma del coinvolgimento del settore del fotovoltaico, sappiamo che tutti i produttori di polisilicio della regione hanno confermato la loro partecipazione ai programmi o di rifornirsi da aziende di materie prime che lo hanno fatto.

Nonostante il silicio sia piuttosto diffuso, per essere impiegato nella produzione di pannelli fotovoltaici ha bisogno di una lavorazione dispendiosa, spesso delegata fuori dall’Europa in Paesi dove gli standard ambientali e di sicurezza sono più bassi. Il prodotto finito, il silicio policristallino, rientra tra le materie prime critiche, in quanto non riciclabile e non sostituibile. L’80% di questo materiale viene prodotto in Cina, in Europa appena l’8%.

Per evitare che i prodotti dello sfruttamento della popolazione uigura giungano in Europa, bisognerebbe seguire la scia degli Usa, che ha ostacolato l’ingresso di alcuni prodotti negli States dal 2021. L’Uflpa impone infatti il divieto di importazione della maggior parte dei beni provenienti dallo Xinjiang e l’import di silicio policristallino dallo Xinjang.

Il Parlamento europeo ha in effetti adottato una risoluzione legislativa che vieta in Unione Europea il commercio di prodotti ottenuti tramite lavoro forzato. Ciò però non risolve la questione, poiché la definizione di lavoro forzato utilizzata fa riferimento a quella data dall’Organizzazione internazionale del lavoro, per cui il lavoro forzato o obbligatorio includerebbe “ogni lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta spontaneamente”. Una definizione simile, però, non include molte categorie di prodotti che sfruttano lavoratori.

Le aree grigie permangono, senza contare che una soluzione del genere comprometterebbe il raggiungimento degli obiettivi della transizione verde. Un’energia più pulita, sì, ma a che prezzo?