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Energia

L’Ungheria tra Serbia e Ucraina: gas e giochi di spie all’ombra del voto decisivo di Budapest

L’Ungheria è una frontiera dell’Unione Europea su due direttrici geografiche e una politica e tutte e tre sono state messe alla prova nella settimana cruciale per Budapest, che porterà al confronto tra Viktor Orban e Peter Magyar nel voto più...

L’Ungheria è una frontiera dell’Unione Europea su due direttrici geografiche e una politica e tutte e tre sono state messe alla prova nella settimana cruciale per Budapest, che porterà al confronto tra Viktor Orban e Peter Magyar nel voto più importante per il Vecchio Continente nel 2026. Coinvolte, in quest’ottica, Serbia e Ungheria, i due Paesi con cui la frontiera di Budapest combacia con quelle esterne dell’Unione Europea. E le mosse di Aleksandr Vucic, presidente nazionalista di Belgrado e alleato di Orban, mostrano la cautela del Paese balcanico nel non volersi sbilanciare mentre l’Ungheria arriva al bivio tra la destra conservatrice e nazionalista di Fidesz, il partito del premier al potere dal 2010, e Tisza, la formazione popolare di Magyar.

Il giorno di Pasqua, domenica 5 aprile, le autorità serbe hanno rinvenuto degli esplosivi vicino a un gasdotto nella regione della Vojvodina, vicina al confine del Paese con l’Ungheria. Orban, riunendo il Consiglio di Difesa Nazionale, ha preso la palla al balzo per puntare il dito contro Kiev, come ricorda Politico.eu. Non nominando direttamente lo Stato ex sovietico, Orban ha indicato come causa del presunto sventato attentato l’operato di chi intende sabotare i legami residui tra l’Unione Europea e l’energia russa, a maggior ragione in tempi critici come quelli della crisi energetica globale legata agli effetti della Terza guerra del Golfo.

Duro Jovanic, direttore dell’intelligence serba, l’Agenzia di Sicurezza Militare (Vba), ha ridimensionato le parole di Orban sottolineando che non esistono prove del coinvolgimento ucraino. Rinfocolando, dunque, le tensioni circa la volontà ungherese di spingere a tutto campo sull’alterità di Orban rispetto al resto del gruppo dei Ventisette anche a costo di bloccare e paralizzare l’Ue su singoli dossier, come quello ucraino, e la sovrapposizione tra prese di posizioni istituzionali e propaganda politica in una fase in cui la coalizione conservatrice guidata da Fidesz affronta la più seria sfida al suo potere nella sua parabola di governo, la più longeva tra quelle oggi in corso ininterrottamente nel Vecchio Continente.

Capire cosa sia effettivamente successo è difficile. Indubbiamente, il ruolo dell’Ungheria come Paese che è al tempo stesso barriera per un europeismo più stretto e ponte tra l’Ue e i Paesi alla sua periferia ne esalta la valenza geopolitica e può interessare chiunque intenda consolidare (o sabotare) una nuova proiezione dei Ventisette verso l’esterno. La Serbia è un Paese-pivot importante, e il contesto russo-ucraino lo è a maggior ragione come grande scenario “caldo” alle porte dell’Ue su cui l’Ungheria insiste. Orban ha guardato di traverso all’Ucraina, accusata di sabotare i traffici energetici verso Budapest, e con simpatia a Mosca, ma ha anche chiamato a sé più volte la Serbia mirando a costruire un vero e proprio “corridoio del Danubio” sul fronte economico, commerciale ed energetico.

L’Ungheria come variabile anomala nell’Unione Europea è un dato strutturale dal 2010 a oggi. Dopo domenica molto potrebbe cambiare, e le grandi manovre si preparano attorno lo Stato magiaro. La tensione è tale che in assenza di prove sul caso del gasdotto vale tutto: false flag filo-governativa in Ungheria, operazione sospetta contro Budapest e l’energia per fini intimidatori, semplice incidente. Orban o Magyar, un Paese spaccato dovrà ritrovare un ruolo costruttivo in Europa oltre divisionismi che rischiano di travolgerlo a cavallo della triplice frontiera politico-geografica. L’Europa delle frontiera calde vede le sue contraddizioni sul rapporto con l’altro da sé, a cavallo tra ipocrisia, strumentalizzazioni e opportunità, riassunte dal caso ungherese, che mostra quanto fragilità e tensioni geopolitiche intersechino la realtà interna degli Stati in occasioni di grandi appuntamenti elettorali. Ridimensionando la fiducia sull’effettività della democrazia e dei suoi esiti di fronte a stimoli esterni. Un problema, di fronte a Paesi che si trovano di fronte a tornanti decisivi come l’Ungheria.

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