Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato via libera al regolamento che disciplina il futuro assetto degli stoccaggi di gas. Ogni Paese si dovrà impegnare a disporre di stoccaggi pari all’80% per la stagione invernale di fine 2022 e a portarli al 90% per quelli successivi per consolidare l’autonomia energetica dell’Unione Europea. In una fase in cui la guerra in Ucraina morde, i Paesi si impegnano inoltre a garantirsi sostegno reciproco per ovviare a casi in cui la disponibilità di stoccaggi sotterranei di uno Stato membro sia inferiore alle sue effettive necessità. Dato che alcuni Stati non hanno disponibilità infrastrutturale, potranno immagazzinare il 15% del loro consumo interno annuale di gas in scorte situate in altri Stati membri e attingervi in caso di necessità.

La scelta è avvenuta al termine di una riunione ad hoc dei ministri per la Transizione Energetica e dei loro omologhi dell’Ue. “Avendo concluso i negoziati in meno di due mesi, l’Ue dispone ora di uno strumento che richiede a tutti gli Stati membri di disporre di un adeguato stoccaggio del gas per il periodo invernale e che facilita la condivisione tra i paesi. Accolgo con favore questo regolamento altamente operativo che, nell’attuale contesto internazionale, ci consente di rafforzare la resilienza energetica dell’Europa e l’effettiva solidarietà tra gli Stati membri”, ha affermato la presidente di turno francese Agnès Pannier-Runacher. Per l’Italia era presente il ministro Roberto Cingolani.

Secondo i ministri europei, questa mossa può aiutare su tre fronti: ridurre la dipendenza dal gas russo, aumentare il potere contrattuale dell’Unione Europea e la gestione dei costi, ottimizzare i rifornimenti. Si agisce dunque nell’ottica della riduzione del potere di condizionamento di Mosca. Il Consiglio dell’Ue si è detto convinto che lo strumento rafforzerà la sicurezza dell’approvvigionamento di gas, in un contesto di distribuzione dei costi su tutti i Paesi e dunque di calo dell’onere generalizzato, e ha voluto mettere nero su bianco l’obiettivo della stabilità perseguito da Paesi come l’Italia e la Germania.

Il regolamento, secondo quanto riporta l’Ansa prevede anche “la certificazione obbligatoria di tutti i gestori dei siti di stoccaggio del gas sotterraneo da parte delle autorità degli Stati membri interessati”. Si pone dunque in essere il principio chiave della sicurezza degli approvvigionamenti e dello scrutinio sulle aziende del settore: esse dovranno garantire una certezza nella gestione tecnologica e operativa degli impianti ed essere, inoltre, al riparo da qualsiasi possibilità di infiltrazioni ostile, financo nel capitale sociale. Una procedura di certificazione rapida “si applicherà ai siti di stoccaggio con capacità superiori a 3,5 TWh che sono stati riempiti a livelli inferiori alla media Ue nel 2020 e 2021. Gli obblighi di riempimento della capacità di stoccaggio scadranno il 31 dicembre 2025, ma gli obblighi di certificazione degli operatori di magazzino continueranno ad applicarsi oltre tale data”, eccezion fatta per le nazioni insulari dell’Ue (Cipro, Malta, Irlanda) che non sono coinvolte nell’integrazione energetica col resto dell’Ue. Si pone dunque un principio destinato a durare nel tempo, e non è un fatto secondario.

La mossa è infatti importante per più ragioni. In primo luogo, apre una breccia nel coinvolgimento pressoché totale delle regole di concorrenza europee nel settore del gas naturale, sottoposto a sconvolgimenti, specualzioni e caos negli ultimi mesi a cui Paesi come l’Italia vogliono ovviare con politiche originali. In secondo luogo, così facendo, offre una prima sponda a politiche in discontinuità e più ambiziose come il tetto ai prezzi agognato da Mario Draghi su cui, ad oggi, l’Europa continua a nicchiare: non siamo ancora al controllo del costo e alla politica di acquisti comuni, ma gli stoccaggi condivisi possono aiutare a creare le fondamentali economie di scala che servono per razionalizzare i costi per gli operatori europei. Infine, si pone un principio di solidarietà che potrà essere attrattivo per stabilizzare il mercato intereuropeo e porre le basi per regole simili in altri settori critici.

Vi è però, insita nelle dichiarazioni del Consiglio, una sostanziale ammissione di debolezza circa l’impatto della crisi sulle disponibilità di gas: tradizionalmente l’80% non è l’obiettivo delle politiche di approvvigionamento, che cercano una soglia ancora maggiore al 90%. Il fatto che tale target sia indicato per il secondo inverno e non per il primo segnala che per l’anno in corso l’Ue si aspetta un colpo importante della guerra economica con la Russia e che in diversi Paesi, Germania in testa, l’obiettivo del 90% potrebbe non essere raggiunto. Non vi è inoltre alcuna dichiarazione esplicita dei costi che questa manovra avrà: sarebbe interessante se l’Ue trovasse le risorse per finanziarle anche in un’ottica di transizione energetica (più gas a meno prezzo vuol dire meno carbone per sostituirlo) e creare un’agenda veramente comune. Perché quando si pone un principio importante è poi vitale trovare le risorse per porlo in applicazione.

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