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I prossimi mesi saranno decisivi per la politica dell’Italia, il posizionamento del sistema-Paese in campo economico-industriale e le future rotte di Roma in campo europeo. Il voto del 25 settembre arriverà nel pieno di una serie di scenari in continua evoluzione a cui il governo uscente di Mario Draghi ha dato il suo apporto tanto sul fronte interno quanto in campo internazionale e nel pieno di una fase estremamente tesa per il Vecchio Continente.

L’autunno caldo che attende l’Italia

Essenzialmente, i nodi gordiani che i decisori si troveranno a dover recidere per determinare la futura strategia del sistema-Paese e, a livello continentale, condizionare il futuro dell’Europa sono tre: il primo campo è quello dell’inflazione che ha superato l’8% in Italiaed è volata oltre il 9% nell’Eurozona, trainata principalmente dai costi dell’energia. Ci si aspetta che l’autunno, per i nuovi rincari energetici e per problematiche come quelle della spesa alimentare destinate a gravare sui cittadini, porti l’aumento del costo della vita verso la doppia cifra. A livello continentale la Banca centrale europea sta muovendosi aumentando il tasso di sconto del denaro, salito da 0 all’1,25% nel giro di due mesi. A livello nazionale, bisogna capire quanto queste manovre influiranno sulla “tassa occulta” che il sistema-Paese si trova a dover pagare, ovvero gli interessi su un debito pubblico ampliato dalle politiche anti-pandemiche dei governi Conte II e Draghi.

Il secondo punto è la crescente pressione politica europea per una trasmissione del vento restrittivo alle politiche fiscali. Da più parti, Germania in primis, si torna a parlare di ritorno al rigore e al Patto di Stabilità. Il fronte dei falchi più intransigenti, che unisce i Paesi baltici, l’Olanda, la Danimarca, la Svezia e l’Austria, va gradualmente ritrovando compattezza. E dopo aver prodotto una grande ostilità alle proposte di riforma europea avanzate da Mario Draghi ed Emmanuel Macron ora punta a trincerarsi di fronte alle possibili richieste che potrebbe fare, in caso di vittoria elettorale, la coalizione di centrodestra favorita alle urne.

Terzo punto è una questione di matrice geopolitica e strategica: l’Italia può e deve continuare sull’ambiziosa strategia energetica avviata dalla tempesta d’Ucraina e sciogliere ogni dubbio sulle sue preferenze per il mix energetico di domani. Rigassificatori, accordi commerciali, gasdotti mediterranei, svolta sulle rinnovabili con i maxi-piani di attori come Enel e Terna, dibattito sul nucleare: tutto è in gioco.



Questo il terreno di gioco su cui aleggiano le minacce che la futura coalizione di governo dovrà affrontare: in primo luogo la minaccia di un’interruzione delle forniture di gas dalla Russia, in secondo luogo un’accelerazione dello tsunami dei prezzi dell’oro blu e dell’elettricità, a seguire la minaccia di lockdown produttivi e interruzioni dell’attività delle aziende, infine il timore di una crisi sociale. Si impone un realismo politico sostanziale che potrebbe lasciare poco spazio a nuove alchimie politiche nella coalizione che guiderà il governo destinato a succedere all’accordo di unità nazionale che ha retto l’esecutivo di Draghi dal febbraio 2021 in avanti. E che proprio dal lascito del governo uscente dovrà partire.

Tra alti e bassi, il lascito Draghi

Sostanzialmente, il lascito di Draghi è importante e strutturale su questi fronti, pur con i legittimi alti e bassi che ogni azione di governo presenta. Il governo di unità nazionale, dopo l’unità nazionale del varo della campagna vaccinale e del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ha avuto da febbraio in avanti un collante proprio nell’emergenza bellica a Est. Lascito strutturale di questi mesi sono l’avvio della procedura di distacco energetico da Mosca e di indipendenza energetica dal Cremlino che hanno permesso senz’altro a Roma di discutere attivamente sul fronte delle importazioni di gas naturale liquefatto e di riscoprire una compiuta agenda energetica mediterranea. Valorizzato, inoltre, è stato il ruolo geopolitico dell’Eni guidata da Claudio Descalzi. Inoltre, Draghi ha posto con attenzione al G7 e all’Unione Europea il tema di un tetto ai prezzi di gas e petrolio capace di mettere in discussione l’iperfinanziarizzazione dei mercati energetici.



Meno incisivo, per quanto in prospettiva capace di produrre risultati, il tentativo di aprire un pur iniziale dibattito sulla necessità di ridiscutere il piano Next Generation Eu alla luce della crisi dei prezzi energetici e delle materie prime e l’avvio di discussioni politiche su strategie come l’acquisto comune di gas nel quadro di piani come RePower Eu.

Carente, invece, il fondamentale discorso sull’agenda sociale che rischia di diventare prioritario in autunno. Gli interventi contro il caro-bollette non hanno raggiunto l’ampiezzadi quelli promossi da Paesi come la Germania, che con l’ultimo pacchetto da 65 miliardi di euro ha superato la somma di tutte le manovre italiane (49,9 miliardi); nessun discorso è stato fatto sull’adeguamento dei salari all’inflazione e anche la risposta alle prospettive di un tracollo produttivo dovuto all’inflazione energetica nel momento in cui il governo è diventato dimissionario è stata molto ridotta. Anzi, dalla corsa per il Quirinale in avanti Draghi è parso essere conscio del fatto che l’inflazione potesse travolgere l’Italia e ha cercato, a più riprese, il distacco da Palazzo Chigi mano a mano che la maggioranza si sfarinava. Ma dalla sua eredità non potrà non partire l’azione di chi gli succederà al potere.

Verso il governo di centrodestra? Le sfide in arrivo

I sondaggi politici danno ad oggi plausibile un’ampia vittoria del centrodestra al voto del 25 settembre trainata dall’exploit di Fratelli d’Italia, la cui leader Giorgia Meloni studia da presidente del Consiglio e tutti i cui maggiori consiglieri di alto rango (dal cofondatore del partito Guido Crosetto all’ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, candidato a Milano alla Camera) avvertono da tempo sulla necessità di mettere il caro-energia al primo posto della lista delle priorità di un futuro esecutivo.



La realtà dei fatti dice che un eventuale governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni o da un altro esponente conservatore dovrà necessariamente governare l’emergenza e prendere di petto la crisi energetica per assicurarsi un futuro, e dovrà farlo gestendo le tre dimensioni precedentemente indicati: fornire risposte tempestive al rischio di una slavina produttiva, di un aumento della disoccupazione e di una recessione indotto dalla crisi energetica confrontandosi al tempo stesso con un vento restrittivo proveniente dall’Europa, con l’ostilità dei falchi verso Roma e con, in prospettiva, l’ombra della speculazione pronta a avventarsi sul Belpaese senza che il sostegno della Bce, complici le incertezze di Christine Lagarde, funga nonostante il varo dello “scudo anti-spread” da ombrello atomico sui conti pubblici.

E la certezza è che il governo di centrodestra, per assicurarsi una navigazione tranquilla, dovrebbe scegliere, fin dalle prime battute, il classico dilemma “la borsa o la vita“.

La borsa o la vita?

La Meloni ha sino ad ora sposato la linea Draghi: no a nuovi scostamenti di bilancio, in caso di governo a trazione Fdi, per contrastare la tempesta energetica. Ma la realtà potrebbe bussare presto alla porta e mettere il Paese di fronte a un dilemma. Usare la “borsa”, ovvero tenere duro contro ogni prospettiva di scostamento di bilancio, come fatto oggigiorno da Mario Draghi, per inseguire il rafforzamento del consenso attraverso l’avvio dei programmi economici e fiscali in un’ultima Legge di Bilancio non soggetta, con ogni probabilità, al Patto di Stabilità o avviare l’uso delle risorse a disposizione verso un maxi-piano di contrasto alla crisi energetica, preservando con certezza la “vita” del sistema Paese? Nel Regno Unito, appena ascesa al governo, l’ultra-liberista e neo-thatcheriana Liz Truss non ha avuto dubbi e ha proposto di aprire subito i cordoni della borsa pubblicarinunciando in un primo momento ai piani di taglio delle tasse per varare il più grande piano d’emergenza della storia britannica, un progetto da 150 miliardi di sterline (180 miliardi di euro) volto a congelare gli effetti della crisi energetica.

Muoversi su questo fronte consentirebbe di abbattere il peso dell’inflazione sul sistema produttivo, il debito pubblico e le imprese, facendo sì assieme a politiche di risparmio energetico assennate che sia il combinato disposto tra Stato e mercato a fare sul campo il “tetto al gas”. Ne conseguirebbe uno stimolo a livello europeo a una riduzione del panico da inflazione e dunque del “rischio-Paese” per l’Italia. La vera manovra economica da compiere è quella che preserverà le imprese e le famiglie dall’ora più buia della crisi energetica anestetizzando in anticipo ogni ricatto energetico russo. L’Italia dovrà combattere battaglie decisive, in futuro, per evitare il ritorno europeo all’austerità, diversificare il proprio mix, rinegoziare il Next Generation Eu (altro obiettivo della Meloni) e cambiare i trattati comunitari, ma potrà farlo solo da una posizione politica di forza. Usare le risorse per contrastare lo tsunami energetico e permettere al sistema di produrre e resistere, per la quarta volta dopo la Grande Recessione, la crisi dei debiti del 2010-2012 e la tempesta pandemica del 2020-2021, agli sconvolgimenti globali e ai de profundiis cantati da più parte sul sistema Italia è vitale per dare continuità al sistema-Paese e preservarlo dal de-sviluppo. Vero obiettivo sistemico che tutte le forze politiche desiderose di governare dovrebbero darsi.

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