L’Italia ha battuto un primo colpo. Forse ancora timidamente, forse ancora non con l’energia che sarebbe richiesta per navigare nel grande caos geopolitico contemporaneo. Ma la necessità di rispondere alla tempesta energetica esplosa negli ultimi mesi e aggravata dalla crisi russo-ucraina impone scelte chiare ed è bene che il governo Draghi abbia, fin dall’inizio, pensato a come agire. Nonostante Gazprom continui a garantire le forniture in arrivo al valico orientale di Tarvisio il segnale politico dell’invasione russa dell’Ucraina è chiaro: le fonti vanno diversificate per evitare che l’energia diventi uno strumento di guerra asimmetrica da parte di Mosca utilizzabile a fini geopolitici.
Lo abbiamo scritto su queste colonne: questa crisi non va sprecata. Va messa in conto come fattore abilitante di una nuova politica energetica che, partendo dal gas naturale, governi la transizione e sappia rendere il Paese prospero, ben approvvigionato, sicuro sul fronte geoeconomico. E dunque via libera a politiche che ricerchino la diversificazione delle fonti puntando su altri mercati di approvvigionamento,.in grado di creare anche chiari ponti diplomatici.
Azerbaijan e Algeria sono in prima linea, in quest’ottica, in quanto rappresentano i primi perni su cui puntare per Roma. Non a caso nel governo, ha scritto La Stampa, “una delle ipotesi allo studio è quella di portare da 10 a 20 miliardi di metri cubi all’anno l’import di gas attraverso il tanto contestato Tap che dall’Azerbaigian porta il metano sino il Puglia e da qui poi anche in Europa” estendendo le forniture anche al Turkmenistan mentre con Algeri e Sonatrach, la compagnia di Stato, le trattative sono aperte per andare oltre il 30% di forniture oggi accordate all’Italia dalla società.
Un’altra strada, hanno sottolineato Marzio Galeotti e Alessandro Lanza su La Voce, può essere quella di “incrementare la produzione nazionale, che dovrebbe arrivare a 6,5 miliardi di Smc e che andrebbe a beneficio delle imprese energivore e alle piccole e medie imprese. Ciò ridurrebbe il fabbisogno residuo dell’industria a 7,5 miliardi” di metri cubi di gas.
Certo, il decreto varato dal governo Draghi nel pomeriggio del 28 febbraio contiene disposizioni importanti che passano anche per il razionamento del gas, se necessario, ma rappresenta la prima tappa di un’agenda energetica più strutturale che fa i conti con la realtà
Ma non finisce qui. Per un Paese assetato di energia come l’Italia devono necessariamente coesistere breve, medio e lungo periodo. Il breve periodo è quello della tempesta inflattiva, del boom dei prezzi di gas e petrolio, della crisi nella generazione. E dunque della messa in stand-by della transizione green. Che ha porterà il governo Draghi a deliberare anche la possibilità di produrre energia da altre fonti, un chiaro riferimento alle sei centrali a carbone che garantiscono in media il 5% dell’elettricità che si consuma nel Paese siano portate a pieno regime, garantendo fino al 15% dell’output nazionale per ovviare alla bomba dei prezzi. Ma al contempo l’esecutivo deve mettere a terra strategie per sopravvivere sistemicamente coniugando transizione e sviluppo nel medio periodo. Ecco dunque che il gas nazionale può giocare un ruolo abilitando la sicurezza energetica italiana e aprendo la strada a un risparmio di risorse da dedicare a programmare con attenzione la transizione. Del resto una via per rompere la dipendenza dal gas russo, notano Lanza e Galeotti, passa per uno scenario che vede il 10% di declino della generazione da gas compensata, nel medio periodo, da un più 7% della quota rinnovabili nel mix energetico.
Sul lungo periodo, invece, l’Italia deve ragionare in un’ottica chiara: diventare un hub energetico. Per il gas, tra Europa e Mediterraneo; per le rinnovabili, a cavallo con l’Africa; per l’idrogeno, sfruttando generazione e investimenti. Resta un convitato di pietra: il nucleare. La programmazione pluriennale richiesta per una strategia energetica impone di pensare oggi a ciò che sarà operativo tra anni. Il caos geopolitico, energetico, strategico della guerra d’Ucraina riporta l’Italia in trincea. La fa riscoprire desiderosa di tracciare con chiarezza le linee del suo futuro economico e politico. Ma mostra anche che la politica, per non lasciare il Paese sguarnito nei momenti bui, deve agire anticipando il futuro e le crisi di domani. Solo così la crisi energetica potrà essere lenita. E dunque i passi compiuti sul breve periodo devono aprire a scelte coraggiose per la transizione sul medio termine e soprattutto a sciogliere i nodi gordiani per il lungo periodo e il futuro energetico del Paese. La crisi delle forniture che si profila lo impone come scelta necessaria.