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Il mercato europeo del gas è tornato sull’ottovolante e l’incertezza che si sta vivendo nel Vecchio Continente a inizio 2025 non si vedeva da anni, almeno dal passaggio tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023. In quella fase, l’aumento del disaccoppiamento dalla Russia, la tenuta degli stoccaggi e l’assist di un clima mite favorirono la fine del periodo di prezzi alti, rendendo sovrabbondante anche la strategia europea di un tetto al prezzo (180 €/MWh) mai raggiunto dopo le fiammate a 300 €/MWh dell’estate precedente.

Perché l’inizio 2025 è stato difficile

Oggi, invece, il prezzo è lontano dai picchi, al Ttf di Amsterdam banca a 50 euro al megawattora, ma un anno di rincari l’ha innalzato del 50%, siamo strutturalmente a un valore due volte e mezzo superiore a quello del periodo pre-pandemia e invasione russa dell’Ucraina e, soprattutto, c’è un preoccupante nodo delle scorte.

L’inverno rigido sta facendo bruciare gli stoccaggi di gas a un ritmo preoccupante, la fine del transito di gas russo via tubo ha tolto il 5% degli approvvigionamenti dopo il mancato rinnovo degli accordi tra Gazprom e Kiev e, soprattutto, la crescente dipendenza dell’Europa dal gas naturale liquefatto (Gnl) ha tolto la certezza che molti accordi-quadro garantivano per forniture costanti, costringendo i Paesi membri a vedere i propri operatori giocarsi ogni giorno l’acquisto di forniture sui mercati finanziari. L’Europa ha bruciato il 15% delle sue riserve di gas tra novembre e dicembre, scendendo all’82% dello stoccaggio, ed è probabile che un ulteriore 30% possa essere bruciato entro la fine dell’inverno.

Il mercato europeo del gas sotto stress

Come hanno sottolineato su Data Blog, sito di analisi della Banca Mondiale, gli economisti Paolo Agnolucci e Nikita Makarenk, questa maggior pressione arriva in un contesto in cui l’Europa ha almeno tre problemi da gestire: l’impossibilità di proseguire le politiche di contenimento dei consumi dello scorso biennio, giunte a un livello limite; l’esaurimento della spinta propulsiva alla ricerca di fonti di diversificazione dal gas russo, in un contesto in cui “le importazioni europee di gas naturale dall’esterno del blocco sono già diminuite di oltre il 10 percento nel terzo trimestre 2024 (anno su anno), in particolare da Algeria, Qatar, Tunisia e Stati Uniti”; la previsione di una domanda in aumento ovunque fuori dall’Europa che renderà più problematico per i Paesi europei approvvigionarsi. 

Si potrebbe dire: tutto questo sacrificio è valso, perlomeno, il taglio di una dipendenza, quella dal gas russo, e il definanziamento della macchina da guerra di Vladimir Putin. Ma non è così. Come ricorda il Center for Economic and Policy Analysis (Cepa), se da un lato è vero che la Russia non ha un peso paragonabile a quello del passato e anche con lo stop al gasdotto ucraino perderà ogni anno 6,5 miliardi di dollari di entrate dal mercato europeo, dall’altro “l’Europa continua a importare energia russa attraverso i gasdotti turchi. Ad ora il blocco veterocontinentale compra “circa il 15% del suo gas dalla Russia e quindi contribuisce con miliardi di dollari al finanziamento della guerra di Putin”. Sublimando, nel frattempo, la fine di una dipendenza con l’inizio di altre, da attori come gli Stati Uniti o i Paesi del mondo arabo e nordafricano (dal Qatar all’Algeria) a cui si aggiungono player come la Norvegia, ormai prima fornitrice dell’Europa.

La precarietà europea, tra Qatar, Norvegia e Ucraina

Nelle scorse giornate, a cavallo tra fine 2024 e inizio 2025, tre eventi hanno segnalato cosa voglia dire questa precarietà per l’Europa: la minaccia del Qatar di congelare le forniture di Gnl all’Europa se le regole comunitarie imporranno screening sui diritti umani si è sommata all’inizio delle esportazioni di Gnl a stelle e strisce verso l’Ucraina, via Grecia, attraverso hub destinati a interconnettersi a quello stesso sistema in cui, via Balcani continua a fluire il gas russo.

Due dipendenze parallele che viaggiano assieme, insomma. A inizio 2025 il blocco dell’export del terminal Gnl norvegese di Hammerfest, proprietà del colosso di Stato Equinor, sta portando allo stop alla liquefazione per almeno una settimana, contribuendo a tensioni di mercato di cui l’Europa, come nei casi precedenti, è ricevente impossibilitato ad agire per limitare i danni. E nel mercato del gas si sarà sempre più oggetto e sempre meno soggetto nel prossimo futuro: nessun miglioramento, dunque, dall’epoca della dipendenza russa.

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