Nella giornata del 21 luglio Gazprom, il colosso energetico russo, ha dichiarato che dopo i dieci giorni di stop per lavori di manutenzione programmati da tempo il flusso di gas attraverso Nord Stream sarebbe ripreso. La manovra ha posto fine a settimane di incertezza dopo che, il 13 luglio precedente, la compagnia energetica di Mosca ha dichiarato che avrebbe potuto fermare i flussi. Presa di posizione che ha causato panico tra gli operatori ma non è giunta inaspettata: si è trattato dell’ennesimo caso di profezia auto-avveratasi nei rapporti russo-europei dall’inizio della guerra in Ucraina in avanti.

Il canovaccio è sempre lo stesso: l’Unione Europea e i Paesi membri dimostrano fermezza nell’approccio alla Russia, la sanzionano e mirano a colpirne l’economia per dissuaderne l’azione bellica; puntualmente, in ogni discussione, il nodo del gas viene però a emergere in quanto i Paesi europei si accorgono della pressoché totale impossibilità di sostituire completamente in tempi brevi il gas di Mosca senza andare incontro a un vero e proprio tsunami energetico; questo rende monche le sanzioni e offre un’arma di pressione che la Russia di Vladimir Putin può usare a costo zero.

Mosse simboliche e dimostrative, interruzioni o tagli alle forniture e dichiarazioni sono calibrate da Mosca in un astuto gioco di guerra psicologica contro l’Occidente. Nella consapevolezza, compresa dalla Russia, che i mercati a cui in larga parte è delegata la necessità di “prezzare” l’energia in Europa sconteranno tensioni e incertezze.

In tutto questo, chi ci guadagna è la Russia stessa. L’Europa sta, con attenzione, lavorando per diversificare le sue forniture rispetto all’attuale, eccessiva, dipendenza da Mosca. Ma non può fare per ora a meno di parte delle residue importazioni da Est. E complice la strategia di pressione di Mosca, i prezzi decollano e la Russia si può blindare aumentando il suo tesoretto energetico pur in un contesto di calo delle forniture all’Europa: sono almeno 530 milioni di euro al giorno le risorse che l’Unione Europea ha garantito, ogni giorno, alla Russia per gli acquisti energetici dal 24 febbraio 2022 ad oggi. In circa 140 giorni di guerra, vuol dire 74,2 miliardi di euro. Le importazioni europee sono al vertice nelle entrate russe: come nota Il Sole 24 Ore, “la Russia ha guadagnato 93 miliardi di euro di entrate dalle esportazioni di combustibili fossili”,  tra i quali anche il carbone, “nei primi 100 giorni di guerra (dal 24 febbraio al 3 giugno)”. Parliamo di un surplus commerciale senza precedenti. L’Ue “ne ha importato il 61%, per un valore di circa 57 miliardi di euro. L’Italia è al terzo posto come importatore mondiale”.

La dipendenza è esplicitamente dichiarata dall’Europa. E tutta l’Unione non ha capito la strategia di guerra psicologica testata da Mosca già dall’estate 2021. Nello scorso inverno la crisi dei prezzi ha fatto notare come la Russia abbia rifornito l’Europa nordoccidentale con volumi di gas inferiori rispetto agli anni precedenti all’era Covid-19: in particolare, tra settembre 2021 e ottobre 2021 sono calati di circa il 17 per cento. Nel frattempo, la curva dei prezzi mostrava un’impressionante impennata. Il 6 ottobre scorso la notizia di possibili problemi nella certificazione di Nord Stream 2 ha fatto impennare i prezzi del 30% in poche ore, portandoli a 116,83 euro al MWh.

Il 21 dicembre scorso le spedizioni russe verso la Germania attraverso il gasdotto Yamal-Europe sono diminuite senza spiegazione causando il panico. Il prezzo, che un mese prima era assestato a 87 euro al MWh, decollò a 179,18 euro. La guerra in Ucraina ha semplicemente dilatato ciò che esisteva già sul terreno da tempo: in fasi di tensione politica, a Mosca conviene tirare la corda e scatenare il caos.

Il 3 marzo la Russia ha ventilato lo stop alle forniture dopo la scelta tedesca di non certificare il Nord Stream 2, facendo sfondare per la prima volta il prezzo del gas europeo del punto Ttf a oltre 200 euro. Stessa dinamica il 26 aprile successivo quando il gas è stato tagliato a Polonia e Bulgaria: il prezzo salì di oltre il 25% in poche ore dopo esser sceso ai livelli pre-guerra, chiamando dunque molti Paesi a accordi con la Russia per il pagamento in rubli dei contratti. Dopo che maggio aveva fatto segnare un nuovo periodo di calma, riportando il gas a 80 euro al MWh dopo le prime politiche di diversificazione, una nuova impennata si è avuta a metà giugno quando, in occasione del viaggio di Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron a Kiev, la Russia ha ridotto le forniture a Italia e Germania.

Da allora si è avuta la definitiva vittoria psicologica russa, già intuibile dalle parole sulla “disoccupazione di massa e povertà” che la Germania rischiava senza gas russo a detta del ministro dell’Economia Robert Habeck, pronunciate il 15 marzo. Il risultato? I prezzi sono saliti da 81 euro a 181 euro tra il 13 giugno e il 13 luglio. Il canovaccio è chiaro: ogni volta che il prezzo si assesta o rincula, la Russia lancia mosse di pressione e guerra economica ibrida a cui l’Europa puntualmente reagisce in forma scomposta, facendosi mettere all’angolo e esplicitando nel suo dibattito la dipendenza dalla Russia. Mossa da manuale quella che Mosca fa, di conseguenza, per tirare la corda sui prezzi: quando i flussi da Nord Stream sono ripresi, il 21 luglio, la Russia vendeva il gas all’Europa a un prezzo di 160,7 euro per MWh, oltre il 33% in più di quello di un mese prima (107,34 euro). Il combinato disposto con l’aumento di quantità per la riapertura di Nord Stream porta la Russia a prendere due piccioni con una fava: più gas all’Europa per un prezzo più alto. Tutto questo per la vittoria psicologica dei giorni precedenti e la situazione di instabilità alimentata ad arte.

Come se ne esce? Preparandosi a sostenere l’urto dell’embargo energetico, che ora è un’opzione sul tavolo. Ma anche, se non soprattutto, con politiche coese: e ora più che mai il tetto ai prezzi sul mercato interno appare una via praticabile per dare all’Europa armi di risposta al ricatto energetico russo. Tertium non datur: bisogna essere consapevoli che con la strategia delle sanzioni l’arma energetica è diventato per la Russia un legittimo (e prevedibile) strumento di pressione. E prepararsi a evitare che Mosca lo possa sfruttare in forma continua mentre l’inverno si avvicina.

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