E se a causa della Groenlandia, l’Unione Europea diventasse più ambigua sull’Ucraina? Magari dopo essersi resa conto di essere finita, a proposito del gas russo, in un vicolo cieco dal quale non sa come uscire? Negli uffici di Bruxelles si parla spesso della determinazione europea nel recidere i legami energetici con Mosca. La narrazione ufficiale descrive un continente che, dopo l’invasione dell’Ucraina, ha intrapreso una marcia forzata verso l’indipendenza da Mosca, con annunci roboanti sul nuovo corso.
Ma guardando i dati relativi al 2025 la realtà appare decisamente più sfumata e, per certi versi, contraddittoria. Nonostante il bando totale alle importazioni di gas naturale liquefatto dalla Russia sia già stato approvato e programmato per il primo gennaio 2027, l’Europa si comporta come se volesse vuotare i depositi siberiani fino all’ultimo secondo utile.
Nel corso del 2025 l’Ue ha speso circa 7,2 miliardi di euro per l’acquisto di Gnl russo, secondo le analisi condotte dall’organizzazione Urgewald su dati Kpler. Si tratta di una cifra in crescita rispetto ai 6,3 miliardi dell’anno precedente e molto superiore a quella precedente all’invasione dell’Ucraina. Al centro di questa transazione c’è Yamal, uno dei più ambiziosi progetti energetici di Vladimir Putin, nel gelo perenne dell’omonima penisola dell’Artico siberiano, che continua a inviare navi verso i porti europei a un ritmo che non accenna a diminuire.
In tutto questo cosa c’entra la Groenlandia? C’entra nella misura in cui, come corollario delle tensioni tra Europa e Stati Uniti sul possesso delle terre artiche e su tanto altro (dal commercio alla regolamentazione di X) ci potrebbe essere una sorta di reset dei rapporti con la Russia, che comprenda per l’appunto l’acquisto di gas, in dispetto delle sanzioni europee.
La situazione è paradossale proprio a causa del modo in cui quelle sanzioni sono state scritte. Nel tentativo di colpire la logistica russa senza danneggiare troppo i consumatori interni, l’Unione aveva introdotto a marzo 2025 un divieto di trasbordo. In pratica, le navi russe non potevano più usare i porti europei come semplici tappe intermedie per scaricare il gas su altre navi dirette in Asia o in altri mercati extra-Ue.
L’effetto di questa misura è stato però l’opposto di quello sperato. Invece di diminuire, i volumi sono rimasti stabili o sono addirittura aumentati, perché il gas che prima transitava verso l’esterno è rimasto bloccato all’interno del mercato europeo. Il caso del terminal belga di Zeebrugge è emblematico. Prima del divieto, il porto fungeva da hub logistico: nel 2024 riceveva circa 6 miliardi di metri cubi di gas russo, ma ne esportava più della metà. Nel 2025, con l’entrata in vigore del blocco dei trasbordi, il terminal ha continuato a ricevere la stessa quantità di materia prima, ma ha smesso di riesportarla, raddoppiando di fatto la quota di gas russo destinata al consumo interno europeo, passata da 2,7 a 5,5 miliardi di metri cubi.
La Francia è diventata il principale acquirente del blocco, coprendo oltre il 40 per cento delle importazioni totali da Yamal attraverso i terminal di Dunkerque e Montoir-de-Bretagne. I numeri mostrano anche qui una crescita significativa dei volumi. In pratica l’Europa, nonostante le dichiarazioni di facciata, sta agendo come un polmone logistico per l’industria energetica del Cremlino, fornendo l’ossigeno finanziario necessario a sostenere lo sforzo bellico proprio mentre dichiara di volerlo soffocare.
I funzionari europei difenderanno questa strategia spiegando che un taglio netto e immediato avrebbe causato shock insostenibili sui prezzi dell’energia, mettendo a rischio la stabilità sociale ed economica del continente. La scelta di fissare la scadenza al 2027 servirebbe a garantire una transizione ordinata. Ma la contemporanea dipendenza dell’Ue dal gas liquefatto statunitense si rivela un’arma a doppio taglio, soggetta alle turbolenze della politica interna di Washington, e agli umori di Trump. Se gli Stati Uniti dovessero decidere di limitare le esportazioni per abbassare i prezzi interni, o punire l’Ue per l’ostinazione a tenersi la Groenlandia, l’Europa si troverebbe di fronte a scelte ancora più difficili, strette tra la necessità di riscaldare le case (pena l’ascesa di nuovi movimenti antisistema) e l’impossibilità politica di tornare stabilmente verso Est, visti i ponti diplomatici già bruciati con i russi.
In questo scenario, l’accumulo frenetico di riserve russe prima del bando appare meno come una contraddizione e più come una manovra di protezione, dettata dalla paura di un futuro energetico ancora profondamente incerto, con un alleato egemone sempre più ostile