La Terza Guerra del Golfo ha provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico navale, determinando così una crisi nel settore degli idrocarburi per via dello stop alle spedizioni di petrolio e gas naturale. Come vi abbiamo già mostrato, la maggior parte degli idrocarburi che transitano per Hormuz finisce nei mercati asiatici, con Paesi come la Repubblica Popolare Cinese, l’India, il Giappone e la Corea del Sud che sono fortemente dipendenti da essi. A livello globale, i contraccolpi sul mercato sono ancora presenti, e sebbene minori rispetto a crisi passate come quando nel 2008 il prezzo del petrolio raggiunse un picco di 145 dollari al barile, le condizioni attuali stanno mettendo in difficoltà le economie più esposte, ovvero quelle più dipendenti dalle importazioni, generando preoccupazione e un’instabilità che permane nonostante il temporaneo sblocco del petrolio russo (embargo sospeso per 30 giorni).
Il mercato del gas naturale liquefatto (GNL), è quello che sta dimostrando più volatilità stante la forte dipendenza europea dal quadrante mediorientale. Nel 2025, gli Stati Uniti erano il principale partner dell’UE nel settore del GNL, rappresentando poco più della metà di tutte le importazioni in termini di valore (50,7%), seguiti da Russia (17%) e Qatar (10,8%). Le importazioni di GNL nell’UE sono aumentate del 21% su base annua nel primo semestre del 2025 e i maggiori importatori di questa risorsa sono stati la Francia, la Spagna, i Paesi Bassi, l’Italia, la Turchia, il Regno Unito e il Belgio. Nel primo semestre del 2025, le importazioni europee di GNL provenienti da Stati Uniti, Russia, Nigeria e Angola sono aumentate su base annua, e al contrario, le importazioni da Qatar, Algeria, Trinidad e Tobago, Norvegia e Perù sono diminuite. In termini di importazioni combinate di gas e GNL tramite gasdotto nel primo semestre del 2025, i Paesi dell’UE si sono riforniti per il 29% dalla Norvegia, per il 27% dagli Stati Uniti, per il 13% dalla Russia e per il 12% dall’Algeria.
L’Italia, con lo scoppio del conflitto in Ucraina, ha rimodulato le fonti di approvvigionamento di gas in modo diverso rispetto agli altri Paesi dell’Europa centrale, riducendo di molto la sua dipendenza dalla Russia e principalmente aumentando l’importazione da quello che è diventato il suo principale partner energetico: l’Algeria. Nel 2024 Algeri era al primo posto tra i Paesi che esportano gas nel nostro Paese, seguita dall’Azerbaigian, dal Qatar, dalla Russia e dagli Stati Uniti. A seguire Norvegia, Olanda e Libia. Questa diversificazione attuata dall’Italia, sta permettendo di reggere meglio all’attuale crisi del gas naturale rispetto ad altri Paesi europei.
Secondo dati AGSI elaborati da T-Commodity, infatti, Paesi Bassi, Germania, Francia e Austria hanno un serio problema di stoccaggio di gas naturale, ovvero hanno i depositi a un livello pericolosamente basso. In dettaglio, i Paesi Bassi sono solo al 6,81% di riempimento, la Germania al 21,89%, la Francia al 21,85% e l’Austria al 35,4%. L’Italia, invece, si trova tra i Paesi che hanno scorte più elevate col 44,11% di riempimento, preceduta dalla Polonia col 46,66%, dalla Spagna col 55,49% e dal Portogallo con l’81,62%, tutti Paesi che comunque hanno una capacità totale di stoccaggio di molto inferiore a quella italiana (circa 1/7 per Spagna e Polonia, il Portogallo addirittura 1/52). Nel complesso però, l’Unione Europea ha un grosso problema di riserve di gas: la media UE è infatti pari al 28,51%. Di questo gas mancante, è stato calcolato che la quota passante per lo Stretto di Hormuz è di 9 miliardi di metri cubi (tutti dal Qatar), mentre mancherebbero ancora complessivamente 65,5 miliardi di metri cubi senza quest’ultima frazione.
Che cosa sta succedendo? Dando per costante il flusso dagli Stati Uniti e dalla Norvegia, come dall’Algeria e dalla Russia, il traffico di navi metaniere in queste settimane ha subito un drastico cambio di rotta. Una nota applicazione per smartphone che mostra il traffico navale tramite la ricezione del segnale AIS (il transponder navale), evidenzia infatti come le navi metaniere nelle ultime 3 settimane abbiano drammaticamente cambiato la loro rotta originaria per dirigersi verso l’Asia.
Il perché di questo comportamento è forse presto detto: la guerra ha provocato la chiusura delle spedizioni di idrocarburi, la maggior parte dei quali diretta verso l’Asia, il mercato asiatico a fronte di una penuria ha alzato i prezzi del GNL in modo maggiore rispetto agli altri mercati mondiali, quindi le compagnie hanno reindirizzato le loro metaniere verso l’Asia, anche in virtù della possibilità di contrattare i future di questa commodity in tempi notevolmente più brevi rispetto al greggio, per via della volatilità del mercato evidenziata in apertura di articolo.
Anche per questo il futuro non appare roseo: la forte dipendenza del mercato asiatico da gas e greggio del Golfo reindirizzerà gli altri produttori verso quel quadrante, ed esiste il rischio che l’Europa resti a secco, costringendoci ad aumentare le importazioni di gas russo con notevoli ripercussioni sull’andamento del conflitto in Ucraina. Anche per questo l’attuale guerra nel Golfo deve essere risolta nel più breve tempo possibile, e anche per questo i maggiori Paesi dell’UE, molto saggiamente, hanno per il momento deciso di non partecipare attivamente alle operazioni militari, rispedendo al mittente l’appello statunitense a un’ampia cooperazione per mettere in sicurezza Hormuz.
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