L’assalto energetico dell’Iran è senza limiti: sfide alle rotte alternative a Hormuz

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L’Iran non cessa gli attacchi al sistema energetico regionale del Golfo dopo che Israele ha scelto la strada dell’escalation sul gas naturale nella giornata del 18 marzo colpendo il giacimento South Pars. Di ieri l’attacco di Teheran all’importante raffineria israeliana di Haifa, che però non è un caso isolato.

L’Iran sta facendo guerra economica a ampio raggio colpendo anche obiettivi come la raffineria di Yanbu in Arabia Saudita sul Mar Rosso, che ha un valore strategico in quanto offre un bypass fondamentale al petrolio tagliato fuori dal blocco dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran fungibile da molti altri Stati della regione.

Parliamo di un’infrastruttura che inizia dal pozzo di petrolio di Abqaiq, uno dei maggiori al mondo, sito vicino al confine dell’Arabia Saudita con Bahrain e Qatar e che taglia longitudinalmente il deserto dell’Arabia interna per arrivare sul Mar Rosso. Fu costruita negli Anni Ottanta proprio per ovviare alla disruption del greggio indotta dall’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, e rappresenta un’arteria fondamentale per garantire i flussi di greggio mentre dai 15 ai 20 milioni di barili di offerta sono paralizzati dal blocco di Hormuz.

Colpendo Yanbu, al termine dei 1.200 km di percorso dell’oleodotto, l’Iran manda un segnale potente: anche i 7 milioni di barili al giorno di export che questa infrastruttura consente di sdoganare sono a rischio. Nel 2019 gli Houthi dello Yemen, in guerra con Riad, colpirono nella giornata del 14 maggio l’East-West Pipeline, costringendola a un breve stop.

Teheran mostra di accettare la logica dell’escalation, in un contesto che vede la ripresa di lanci missilistici della Repubblica Islamica dopo alcuni giorni di riduzione dell’intensità degli attacchi, e questo permette di analizzare tre dinamiche. In primo luogo, l’Iran non sembra disposto a dividere tra Paesi arabi e apparati israelo-americani; in secondo luogo, Teheran ha una strategia di escalation tit-for-tat che identifica bersagli chiari a ogni innalzamento del livello dello scontro da parte dei nemici; infine, l’Iran aumenta l’ambizione degli obiettivi proprio mentre nel Golfo si teme per la difesa dei cieli, visto i livelli in calo di antiaerea degli alleati americani. L’Iran accetta, inoltre, l’idea della battaglia esistenziale in cui gli attacchi ai Paesi del Golfo appaiono danni collaterali accettabili.

Questo pone un ulteriore interrogativo circa la tenuta del progetto iraniano di guerra d’attrito e difesa a mosaico: quanto a lungo potranno sopportare i Paesi del Golfo, trasformati in campo di battaglia, prima di unirsi in qualche modo all’operazione contro l’Iran? Esiste questa possibilità? Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al-Saud ha dichiarato nella giornata di mercoledì di voler veder cessare gli attacchi iraniani. Nel frattempo il petrolio vola e il mondo intero paga il prezzo di una guerra che Teheran intende accettare come lunga. E l’economia globale rischia una pesante incertezza.