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Come cambierà il mercato del gas dopo l’incontro del G7 tedesco? Le scelte dei leader occidentali e dei Paesi partner convocati lasciano presagire che si cavalcherà, sul medio periodo, la strategia dell’eliminazione graduale (phasing out) del gas russo dai mix energetici, senza imporre un embargo a tutto campo a Mosca. Opzione, quest’ultima, ritenuta eccessivamente distorsiva di un mercato che si vuole evitare di vedere esplodere e andare in frantumi.

Tetto al prezzo del gas, ora si discute seriamente

Mario Draghi ha ottenuto l’appoggio degli Usa e in particolar modo del Segretario al Tesoro Janet Yellen per aprire una discussione sul contenimento dei prezzi a un tetto preciso (price cap), opzione prevista dal premier italiano in Europa ma finora rimasta come caso di studio per il mancato accordo dei Ventisette su un vertice straordinario a luglio. Sfide strategiche e partite economiche risultano unite: “Mettere un tetto al prezzo dei combustibili fossili importati dalla Russia ha un obiettivo geopolitico oltre che economico e sociale”, ha notato Draghi. “Dobbiamo ridurre i nostri finanziamenti alla Russia. E dobbiamo eliminare una delle principali cause dell’inflazione” che rischia di travolgere l’economia occidentale.

Il G7 ha capito che sull’energia si rischia quello che l’Occidente subì nel 2011 per la crisi finanziaria: un’ondata di sfiducia verso le istituzioni e uno tsunami politico. Durante la tempesta finanziaria una serie interventi tardivi riuscì solo a opporre minimi tamponi alla Grande Recessione. Il whatever it takes energetico di Draghi invita a fare tutto il possibile per sostenere l’economia e redistribuire ricchezza per “mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia“. L’alternativa è sul campo: populismo, rivolta politica, scioperi fiscali. Come riporta il Corriere della Sera, “anche il Giappone, che dipende dal gas russo per il 10% del suo fabbisogno ma non ha al momento alternative, avrebbe rotto gli indugi” sul controllo dei prezzi.

Il discorso sul tetto al prezzo entra dunque dal portone principale nella discussione dopo esser stato lasciato alla finestra nell’Unione Europea. E dopo il “calcio d’inizio” dato dal Segretario della Nato Jens Stoltenberg al Forum di Davos col suo discorso su sicurezza e prosperità, torna la torsione securitaria nella gestione dei mercati nei settori critici che rappresenta una novità importante dell’Occidente post-pandemico e si estende al settore energetico. Capire se e come verrà attuato sarà chiaramente il complemento decisivo di questa riflessione, che rappresenta il primo lascito importante.

La nuova geografia dell’energia

Il secondo fronte da tenere in considerazione è l’evoluzione della geografia politico-economica dettata dai leader occidentali tramite il coinvolgimento di nuovi attori nelle discussioni. Non a caso aprendo, in quest’ottica, anche allo sviluppo comune di infrastrutture per lo stoccaggio e il trasporto del gas e a un’agenda complementare su idrogeno e transizione energetica.

Il Corriere ricorda infatti che i governi del G7 intendono mettere a un tavolo i rappresentanti “dei mercati dell’energia, dall’Opec all’Aiea, per studiare in modo coordinato con i governi dei meccanismi efficaci di mitigazione dei prezzi. Molto importante a proposito del price cap e delle dinamiche generali sul mercato dell’energia sarà anche l’esito della discussione in corso tra i leader del G7 e i cinque Paesi non allineati, che la presidenza tedesca ha invitato in Baviera: Indonesia, Sud Africa, India, Senegal e Argentina”.

Si ha la consapevolezza che l’Occidente non può più decidere da solo se e come proseguire sulla strada dell’indipendenza energetica e può e deve cercare confronti con attori del resto del mondo per vedere le sue proposte trasformare in realtà.

Gnl, il ruolo chiave degli Usa

Chi, in ogni caso, può cantare vittoria sono gli Stati Uniti di Joe Biden. Disposti, in quest’ottica, a ristrutturare l’architettura della globalizzazione in materia di politiche di concorrenza ed energia pur di togliere a Mosca l’arma del ricatto energetico verso l’Occidente e pronti a tornare alla strategia di Donald Trump dell’energy dominance per saldare i rapporti con l’Europa.

Joe Biden, il presidente ambientalista che ha aperto più permessi di trivellazione di petrolio e gas del “negazionista” Trump, può rinverdire i fasti di Barack Obama, di cui era vice, che ha reso gli Usa i più grandi produttori di gas e petrolio al mondo. Tanto che grazie al gas naturale liquefatto possono pensare a un’espansione aggressiva verso il mercato europeo.

Biden e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen hanno dichiarato in un comunicato congiunto che mentre la Russia “ha tagliato le forniture di gas a diversi Stati membri dell’Ue”, gli Usa “e altri partner”, come il Qatar e Israele, “le hanno aumentate. Da marzo, le esportazioni globali di gas naturale liquefatto verso l’Europa sono salite del 75% rispetto al 2021, mentre le esportazioni di Gnl dagli Usa verso l’Europa sono quasi triplicate”. E c’è da aspettarsi che Washington punterà ancora di più su questa carta in futuro. Washington è l’unica nazione del G7, assieme al vicino Canada, ad avere una sostanziale autonomia energetica che rappresenta, in quest’ottica, un fattore di condizionamento sugli alleati. Il G7 antirusso parlerà, sull’energia, sempre di più il linguaggio di Washington. E leader come Draghi, non a caso, cercano proprio il benestare della superpotenza per le loro agende energetiche a tutto campo.





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