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C’è un convitato di pietra nella guerra russo-ucraina: la questione energetica. La guerra esplode nel pieno dell’inverno dello scontento dello tsunami energetico, della crescita vertiginosa dei prezzi del gas, dell’avvitamento dell’inflazione. L’Europa e l’Italia rischiano di essere i grandi perdenti di questa sfida. Azzerata la possibilità di ricevere il gas russo in quantità sostenuta, costosa l’ipotesi alternativa del GNL a stelle e strisce, destrutturate le reti di fornitura che connettono l’Europa e in volo i prezzi del petrolio – ai massimi del 2014 –, l’Europa rischia di essere, una volta di più, trasformata in periferia strategica e geopolitica totalmente ininfluente.

Di fronte a un caos di questo tipo, è ora di tirare fuori un set di proposte e visioni prospettiche di natura strategica. Per non morire di ignavia nella “Grande tempesta” in atto, per non essere travolti senza reagire dal combinato disposto tra crisi geopolitiche, indebolimento delle prerogative strategiche, dipendenza energetica. In un circolo vizioso da cui l’Italia rischia di uscire con le ossa rotte.

L’ora più buia della crisi russo-ucraina deve diventare l’ora del coraggio. E questo vale soprattutto per l’Italia. Non c’è conflitto tra il supportare, senza esitazioni, Kiev aggredita da Mosca, nel condannare le mosse di Vladimir Putin e il suo suicidio strategico e il voler sanare i danni di una tempesta energetica che rischia di colpire al cuore il nostro Paese.

Parola d’ordine: diversificare

Riscopriamo, in questi tempi, Enrico Mattei e la sua visione: la politica energetica è garanzia di indipendenza nazionale, di autonomia strategica, di resistenza agli shock. E ciò vale soprattutto per le economie assetate di materie prime. Il gas russo è messo a rischio? Bisogna pensare a fonti alternative. Pensiamo, ad esempio, alla strategia europea dei gasdotti nel Mediterraneo, sempre incerta e pericolante, e al valore che ha avuto per l’autonomia nazionale l’avvio del Tap nel 2021. Pensiamo all’importanza del gas nazionale e a come poter valorizzare un mercato interno sceso in vent’anni del 75%, oggi reso a macchia di leopardo dall’approvazione del Pitesai.

“Pensiamo che quello italiano”, nota Il Sole 24 Ore, è metano il cui costo di estrazione si aggira sui 5 centesimi al metro cubo. È una stima indicativa, una media avicola trilussiana, citata da Marco Falcinelli segretario della Filctem Cgil e dall’economista Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Ecco invece il prezzo di mercato del gas che l’Italia importa da Paesi remotissimi: fra i 50 e i 70 centesimi al metro cubo, più di 10 volte tanto, con picchi chiaramente nel contesto del gas naturale liquefatto. Pensiamo a quanto ciò impatti sulla nostra sicurezza e prosperità.

Pensiamo al “Grande Mare”, faglia e destino d’Italia, alla necessità di valorizzare, come pontieri, il suo mercato interno dell’energia. C’entra il gas, c’entrano sicuramente Libia e Algeria, terre in cui accanto al tricolore italiano batte come vessillo nazionale il drappo col cane a sei zampe dell’Eni. Ma c’entrano anche le grandi infrastrutture per le rinnovabili, nel cui sviluppo l’Italia è capace di diventare una superpotenza. Il Mediterraneo deve poter essere per l’Italia il mare su cui far viaggiare i gasdotti che permettono di creare un ponte con Egitto, Grecia, Cipro, Israele. Ma anche il mare delle grandi reti infrastrutturali, dei cavi ad alta tensione e corrente diretta (Hvdc) capaci di valorizzare la proiezione di Enel, Terna e altre imprese nel mercato elettrico sostenibile con vista Africa. Pensiamo in grande: investimenti infrastrutturali, accordi-quadro, progetti sul doppio binario rinnovabili-gas, apertura al nuovo business dell’idrogeno. In prospettiva, capendo che prospettiva dare al dibattito sul nucleare.

Identifichiamo i Paesi chiave, nella prospettiva chiara e certa che la dipendenza energetica è sempre un problema sistemico da risolvere e che se tra Occidente e Russia calerà il grande gelo bisognerà prenderne atto e decidere per non morire. Contribuendo col progresso italiano allo sviluppo europeo. “I trend futuri rappresentano il punto di partenza sul quale costruire l’autonomia strategica dell’Unione Europea, secondo il 2021 Strategic Foresight Report della Commissione”, nota l’Ispi in una pubblicazione sull’autonomia strategica europea. “Sono però energia e tecnologia a rappresentare i pilastri dell’autonomia strategica UE. Un’Unione autonoma come attore globale non può infatti prescindere dalla disponibilità di energia pulita e a prezzi contenuti”, rompendo con l’ibridazione realista tra vecchie e nuove fonti i rischi di trovarsi di fronte alla tempesta della storia impotente e senza armi.

Ue: è il momento dell’azione

La Germania ha spento temporaneamente il Nord Stream 2, come da copione – era uno degli obiettivi della presidenza Biden –, e si è preferito, per ora, escludere il comparto energetico dal nuovo ciclo di sanzioni attivato contro la Russia. Erano troppi i timori dei Paesi dell’Unione Europea più dipendenti dal gas di origine russa, come Italia e Germania, e Biden, avendo comunque ottenuto ciò che voleva – l’accelerazione del disaccoppiamento economico-finanziario tra le due Europe –, ne ha tenuto conto.

Il punto è le guerre, per loro essenza, o si combattono con ardore o si perdono per ignavia e impavidità. La neutralità è ammessa, ma a patto che duri dall’inizio alla fine. E l’Unione Europea, che parte neutrale in questo conflitto non lo è stata mai, è ora chiamata ad agire da protagonista, assertivamente, imponendo la propria visione agli Stati Uniti.

Fino a che non avrà un proprio esercito, che è lo strumento di promozione attiva della politica estera per antonomasia, e fino a quando non avrà una visione unanime del proprio futuro, dagli affari domestici a quelli internazionali, l’Unione Europea non potrà mai né desatellizzarsi dagli Stati Uniti né emanciparsi dalla dipendenza energetica della Russia. L’Ucraina potrebbe e dovrebbe essere il momento della presa di coscienza: conseguire l’autonomia strategica è fattibile, battere i due Golia che lottano per il fato della davidiana Europa è possibile.

Come vincere questa battaglia

I punti-chiave della strategia energetica europea per il dopo-Ucraina dovrebbero essere due: transizione verde e diversificazione dei mercati di riferimento.

La transizione verde va accelerata, accrescendo gli investimenti nelle fonti rinnovabili e pulite autoctone – che non mancano: eolica, geotermica, pelagica, solare – e prioritizzando lo sviluppo di un piano nucleare europeo.

La diversificazione dei fornitori di beni energetici, dal petrolio al gas naturale, è tanto possibile quanto auspicabile. Le alternative (economiche) alla Russia, in effetti, non mancano. Sviluppo dei gasdotti mediterranei a parte, le opzioni sul tavolo sono varie e molteplici: dai corridoi di trasporto del gas transahariani all’aumento delle importazioni da Azerbaigian, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Azerbaigian e Qatar, però, non sono che un palliativo utile a mitigare i danni nel breve termine: il primo non ha gas a sufficienza nei propri giacimenti per sopperire al fabbisogno comunitario, mentre dal secondo giunge del gas naturale liquefatto costoso e di difficile utilizzazione – lo scheletro europeo degli impianti di rigassificazione è sottosviluppato e per ampliarlo occorrono anni.

La soluzione è rappresentata dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Iran e Venezuela, che possiedono rispettivamente le seconde e le ottave riserve di gas naturale più sostanziose del pianeta e abbisognano di ossigeno. Ossigeno che può essere costituito dagli euro.

Dal successo delle trattative sul nucleare dipenderà il reingresso dell’Iran nel mercato euroamericano, perciò è interesse precipuo di Bruxelles che esse vengano sveltite e abbiano un esito favorevole. L’Italia ha giocato un ruolo-chiave in Iran sin dall’età di Mattei: può e deve tornare a reclamare quel ruolo di pontiere nel nome dell’interesse nazionale e collettivo.

La partita è ugualmente aperta in Venezuela, al quale, però, vanno offerti degli olocausti sull’altare della normalizzazione diplomatica: la carta Guaidó ha fallito ed è giunto il momento di dismetterla. Realpolitik in luogo dell’internazionalismo liberale: pecunia non olet e Nicolas Maduro non è mai stato antioccidentale, essendo più semplicemente un fautore della transizione multipolare, perciò trattare si può e si deve.

Le guerre sono il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine e l’Ue, schiacciata tra il confronto egemonico dei due giganti, non ha che un modo per uscirne vittoriosa, battendo Putin e Biden al loro stesso gioco: spingere l’acceleratore della diversificazione e della transizione del comparto energetico, modellandole sulla base dei propri interessi e cominciando a dare forma e senso al concetto di autonomia strategica.

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