La geopolitica della corsa allo spazio
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La montagna ha partorito il topolino: l’accordo europeo sull’embargo al petrolio russo è un compromesso al ribasso che non completa lo stop all’oro nero di Mosca e prova a ricreare, dopo lo strappo dell’Ungheria di Viktor Orban, un simulacro di unità comunitaria. Dietro la quale, però, si celano una profonda stanchezza e una grande incertezza per il futuro, oltre che un sostanziale esaurimento del minimo residuo di spirito unitario tra i Paesi del Vecchio Continente.

Dal 24 febbraio scorso, data di inizio dell’invasione dell’Ucraina, i paesi dell’Ue hanno acquistato petrolio dalla Russia per un controvalore di circa 30 miliardi di euro e obiettivo dell’Ue è invertire questo trend. Per la Commissione Europea si tratta del passo iniziale e necessario per poter presentare un fronte comune che, però, sembra esistere solo sulla carta. L’Ungheria assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia potranno continuare a ricevere petrolio dall’oleodotto Druzhba che non è incluso nelle sanzioni e copre in particolar modo il 65% delle importazioni magiare.

Non sembrano esserci appigli concreti per definire realizzabili le aspettative della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel secondo cui è possibile includere nelle sanzioni i due terzi delle importazioni fin dall’immediato e il 90% entro fine anno. Paesi come Germania e Polonia hanno dichiarato solo verbalmente di non voler più acquistare petrolio via oleodotto e inoltre le sanzioni ci metteranno mesi a entrare in azione, ha notato il direttore de Il Giornale Augusto Minzolini. Per Minzolini il compromesso raggiunto è “un’operazione dell’Europa per coprire le sue magagne” e giustificare settimane di impasse e lassismo.”Anche in questa occasione l’Europa non ha dato grande prova di sé”, ha notato Minzolini, sottolineando di ritenere problematico il fatto che “si prende una decisione che diverrà effettiva a fine anno”. Una mancanza di tempismo mentre la guerra infuria ai confini dell’Europa e l’Ue continua a finanziare il conflitto russo.

Il calo della produzione di petrolio russo avvenuto dall’inizio della guerra in Ucraina non è da collegare a cause legate agli embarghi occidentali: i documenti trapelati dal ministero dell’Energia russo indicano un calo della produzione di 830.000 barili al giorno a maggio rispetto a febbraio nonostante un aumento del 6% della capacità di esportazione. L’Europa rimane il più grande cliente del settore petrolifero della Russia, dato che acquista circa la metà dei 4,7 milioni di barili al giorno di greggio russo esportati. Ma India, Cina e Turchia hanno intensificato gli acquisti dall’inizio del conflitto, puntando soprattutto sugli sconti del prezzo offerti da Mosca. Il calo della produzione è piuttosto da mettere in conto alla debolezza industriale e tecnologica della Russia, vero tallone d’Achille della nazione.

In prospettiva l’Europa sceglie di incammianrsi su un territorio complesso ed inesplorato. Incentivando, nelle dichiarazioni, la guerra verbale con la Russia ma senza promuovere mosse capaci di dare una vera svolta al contrasto alla macchina bellica di Vladimir Putin. Certo, sulla carta i due terzi del petrolio russo in Europa arriva tramite navi cargo oggi prossime alla sanzione, ma tra il dire e il fare c’è, non solo metaforicamente, di mezzo il mare Politico cita poi la presenza di molte maglie bucate nelle sanzioni occidentali al petrolio russo: Lloyd’s List segnala che diverse navi, soprattutto battenti bandiera greca, incrociano nell’Egeo con vascelli russi che passano loro petrolio sanzionato in mare; molte petroliere russe, inoltre, possono spegnere il transponder e rendersi invisibili, diventando così capaci di eludere le sanzioni. Infine, Mosca può impostare una strategia fondata sulla miscelazione del suo greggio con quello di altri Paesi, come Kazakistan e Turkmenistan, in modo tale da “ripulirlo” nei mercati internazionali. Contro nessuna di queste possibilità è stata sviluppata una strategia ad hoc. Bisognerà aspettare la manovra che renderà un crimine europeo la violazione delle sanzioni per capire cosa potrà accadere in risposta.

Nulla è stato infine deciso sul tema della competizione interna al mercato comune tra i prodotti petroliferi che saranno realizzati dai tre Paesi che continueranno a ricevere il greggio via oleodotto e quelli legati ai mercati che lo compreranno via nave da altri esportatori. I diversi costi di produzione e gestione rischiano, in sostanza, di far sembrare ancora più strutturale il vantaggio di chi continuerà a rifornirsi da Mosca in termini di costi. Creando un doppio binario che può favorire Praga, Bratislava e Budapest. Rendendo indirettamente più oneroso al resto d’Europa il distacco da Mosca. Per l’ansia di trovare un accordo è possibile, dunque, che l’Ue abbia alla fine prodotto un nuovo, rischioso autogol.

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