Alla fine della scorsa settimana, l’esercito russo ha sequestrato il sito nucleare di Chernobyl. Nell’aprile 1986, un’esplosione nel reattore numero 4 dell’impianto provocò la fusione del nucleo, provocando il peggior disastro nucleare della storia e migliaia di morti. L’ultimo dei reattori di Chernobyl ha smesso di funzionare nel 2000, ma l’impianto e la zona di circostante ampia 30 km rimangono uno dei siti più contaminati del mondo: è improbabile che il controllo dell’impianto abbia un significato militare per i russi, ma si trova su una delle principali rotte di invasione della Russia, vicino al confine con la Bielorussia.Ma quella di Chernobyl non è affatto l’unica centrale nucleare del Paese e con la guerra in corso, sono cresciute in tutto il mondo le preoccupazione di un possibile, nuovo, disastro, nucleare. Una nuova Chernobyl. Ma quanto è probabile uno scenario simile? Innanzitutto, va ricordato che l’Ucraina dipende dall’energia atomica, con metà della sua elettricità proveniente dai suoi 15 reattori nucleari presenti nei quattro impianti che producono i 13.823 megawatt (MWe, megawatt electrical). Il Paese ex sovietico, infatti, è il secondo più grande produttore di energia nucleare d’Europa dopo la Francia, e crea una quantità significativa di scorie nucleari.
Russi a Enerhodar
Lo scorso 28 febbraio, come riportato dall’Ansa, Mosca ha annunciato che le truppe russe hanno “assunto il controllo delle cittadine di Berdyansk e Enerhodar – nel sudest ucraino – e dell’area attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhya. L’impianto “continua le sue attività”, spiega il comunicato citato da Interfax. I livelli di radiazioni “sono normali”, rassicura il Cremlino. Nella città ucraina di Enerhodar la gente è scesa in strada per proteggere la centrale nucleare, la più grande d’Europa, con sei reattori. Il sindaco Dmitro Orlov ha condiviso il video dei civili che bloccano l’ingresso della città. La Russia ha riferito all’Agenzia internazionale per l’energia atomica che i suoi militari hanno preso il controllo del territorio intorno alla centrale nucleare, ma le autorità ucraine sostengono di avere ancora il controllo della struttura stessa. E gli esperti lanciano l’allarme sui possibili rischi.
È possibile una nuova Chernobyl?
Secondo la ricercatrice Claire Corkhill dell’Università di Sheffield, nel Regno Unito, intervistata da Chemistry World, c’è anche preoccupazione per le migliaia di scienziati, ingegneri e operatori di impianti che lavorano per smantellare il reattore 4 di Chernobyl, che secondo quanto riferito sono ora tenuti in ostaggio dai soldati russi . “Dovrebbero essere in grado di gestire quel sito senza paura e con un adeguato riposo”, afferma. A Chernobyl, la “scatola” in cui è chiuso il reattore 4 può “resistere a eventi meteorologici estremi”, manon “è stata costruita per la guerra”. Fortunatamente, il materiale radioattivo più pericoloso si trova a diversi metri di profondità. “Immagino che sarebbe molto difficile uscirne, anche se ci fosse un missile diretto”, dice Corkhill. La preoccupazione è che anche gli altri siti possano essere colpiti, tant’è che all’inizio di questa settimana due siti di scorie nucleari a Kiev e Kharkiv hanno rischiato di essere colpiti dai missili russi. “Poiché entrambi contengono solo rifiuti di basso livello come medicinali e rifiuti, anche qualora fossero colpiti rilascerebbe solo una quantità trascurabile di radioattività”, afferma Corkhill. Al contrario, gli impianti di smaltimento dei rifiuti ad alto livello potrebbero essere più vulnerabili. “Stiamo parlando di combustibile nucleare esaurito che esce dai reattori, viene raffreddato e quindi inviato a un deposito a secco”, spiega Corkhill. Se una struttura del genere venisse colpita, “non sarebbe più come Chernobyl”, dice.
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CAUSALE: Reportage Ucraina
Quindi rischi limitati? Non proprio. “Questo non vuol dire che se un missile esplodesse sopra un contenitore di combustibile esaurito non sarebbe terribile. Avrebbe il potenziale per disperdere materiale radioattivo nell’ambiente. Alcuni isotopi radioattivi come il cesio-137 e lo iodio-131 sarebbero i più problematici poiché si disperdono facilmente nell’aria. Tuttavia – spiega – ci sarebbero solo piccole quantità di questi elementi, quindi qualsiasi dispersione rimarrebbe probabilmente locale”. Secondo Adriana Petryna, professoressa di antropologia all’Università della Pennsylvania, intervenuta su The Atlantic, i 15 reattori nucleari attivi e obsoleti dell’Ucraina non sono stati costruiti per resistere a un’invasione militare totale. Alcuni possono sopravvivere a incidenti aerei, ma probabilmente non a colpi involontari di missili o artiglieria. Né possono scongiurare un attacco informatico destabilizzante, o proteggere membri del personale cruciale dall’essere tenuti in ostaggio, come avvenuto – secondo quanto riferito – a Chernobyl.
I diversi rischi secondo l’esperto del Cnr
Intervistato dal Corriere della Sera, Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze e direttore della rivista Sapere, spiega che “di rischi ne esistono diversi”. Primo perché “ci troviamo in una terra incognita: è la prima volta che un territorio che ospita centrali nucleari si trova in uno scenario di guerra. Mi rifiuto di pensare che qualcuno possa coscientemente e volontariamente lanciare dei missili contro uno di questi siti”. Il rischio, come già accennato, è che un missile colpisca per sbaglio uno dei siti. “È possibile, è un rischio: queste centrali non sono state pensate per resistere a un attacco militare, anche convenzionale. Un altro problema è legato al funzionamento delle centrali nucleari che hanno bisogno in continuazione di elettricità e di essere raffreddate ad acqua”. Non dobbiamo dimenticare, osserva Armaroli, che anche a “Fukushima, in Giappone, è accaduto questo”, seppure “in seguito a un disastro naturale”.
Il terremoto “ha causato lo tsunami che a sua volta”, superando “il muro che era stato costruito troppo basso”, ha “disattivato i motori diesel che dovevano raffreddare la centrale”. Insomma, “in una situazione di guerra il rischio”, anche “senza pensare a un missile”, è che “non siano garantiti elettricità ed acqua. Il terzo rischio riguarda l’uomo”. Il problema, spiega l’esperto, è che le “centrali di seconda generazione hanno bisogno di un continuo monitoraggio ma anche di un attento intervento umano e sempre in condizioni critiche”. È possibile garantire questi fattori durante una guerra? Difficile. Inoltre, “nessuno ha mai testato un attacco aereo”. Insomma, “l’idea dell’invulnerabilità delle centrali non è provata nemmeno in quelle moderne”.