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Prezzi dell’energia in volo, inflazione galoppante, debolezza dell’euro nei confronti del dollaro (e addirittura recupero del rublo), allarme recessione: l’Europa è nella tempesta perfetta dopo che la guerra russo-ucraina ha fatto esplodere le contraddizioni economiche e geopolitiche del Vecchio Continente. L’Unione Europea sanziona Mosca con forza e arma Kiev, ma al tempo stesso è la maggior garanzia sulla prospettiva di continuazione della guerra da parte della Russia con la bolletta energetica staccata quotidianamente.

La guerra russo-ucraina, dopo una fase di caos, aumenta il costo dell’energia. Bruxelles e i Paesi membri riducono le importazioni da Mosca di gas e petrolio ma per i prezzi aumentati la sostituzione con altre importazioni, specie nel campo del gas naturale liquefatto, è comunque onerosa. La debolezza dell’euro in questa fase e l’inflazione acuiscono il problema. E in un circolo vizioso i danni all’economia europea si sommano alla capacità di Mosca di consolidarsi mentre le entrate di Gazprom sono ai massimi e il colosso energetico russo può tirare dritto sulla richiesta dei pagamenti delle forniture in rubli.

“La Russia ha un prodotto interno lordo pari a quello del Texas, non in grado di finanziare a lungo una guerra”, nota Il Messaggero. “Ma a fornirle i soldi di cui ha bisogno nell’aggressione all’Ucraina è la stessa Unione Europea: nei due primi mesi del conflitto ha versato nelle casse di Mosca 62 miliardi di euro, quasi il doppio di quello che pagava lo scorso anno per le esportazioni russe di petrolio, gas e carbone dalle quali ancora dipende”. La stima di molti analisti di un miliardo di euro al giorno di bolletta si è dunque rivelata corretta.

E l’amara constatazione di questo dato di fatto è che l’Europa è in trappola. La sostituzione delle importazioni russe con altre fonti può avere un’importante ratio geopolitica, che è fondamentale sottolineare, ma non sarà un pranzo di gala. Pensiamo solo al caso emblematico, la corsa alla sostituzione del gas russo. Complice la grandezza delle riserve, la forza strategica delle infrastrutture, la resilienza delle reti e, soprattutto, la consolidata dinamica di mercato, infatti, il gas russo aveva conquistato spazi dominanti nei mercati più assetati. Guardiamo alle dinamiche di mercato che si erano prodotte prima della crisi: come riporta StartMag, infatti, il prezzo europeo di importazione, al punto Ttf di Amsterdam, è basato su logiche finanziarie che non rispecchiano le ben diverse dinamiche produttive. E così “a dicembre 2021, dunque, il prezzo del GNL americano è stato di 415,3 dollari per mille metri cubi di gas immesso nella rete. Il prezzo dichiarato nello stesso mese dalla russa Gazprom è stato di 273 dollari. Convertito in euro per megawattora, il GNL americano è costato 34,5 €/MWh, mentre il gas russo 22,6 €/MWh. A dicembre il prezzo medio del gas al TTF (il punto di scambio del gas del mercato europeo) è stato di 116,2 €/MWh; il prezzo medio all’Henry Hub (l’equivalente statunitense), invece, di 3,75 €/MWh”. L’Europa pagava dunque un prezzo oltre cinque volte superiore a quello di produzione del suo maggiore fornitore, oggi rientrato su quei livelli dopo un ottovolante che lo aveva portato attorno quota 300 €/MWh.

E v’è da aggiungere il fatto che il passaggio dal gas russo a quote crescenti di gas naturale liquefatto o di forniture da altri Paesi rende più difficile il costruire accordi di medio-lungo periodo. La quota negoziata dall’Italia per le forniture a lungo termine sottratte alle dinamiche di mercato era, in questo contesto, pagata attorno al prezzo a megawattora proprio dei mercati di approvvigionamento e non al costo del Ttf. Chiaramente, in un contesto di decoupling massiccio da Mosca la situazione è ben definita: competizione tra i Paesi europei per Gnl e altri mercati, più dominio del mercato sulle strategie politiche, acquisti dettati dalla necessità in una fase in cui l’euro è debole e l’inflazione alle stelle. Sotto il profilo economico, il conto è in perdita già ora. E complice la situazione di volatilità, lo sarà a lungo. Dalla guerra del gas l’Unione Europea può uscire, ben che vada, ammaccata ma con un’idea di futuro: tetto ai prezzi, acquisti centralizzati, una visione strategica che comporti una riflessione sulla transizione e le infrastrutture possono essere la via. Ma il rischio di rompersi l’osso del collo e di condannarsi a una recessione durissima esiste ed è sul tavolo. E se l’ignavia verso la politica energetica continuerà sarà difficile evitarlo.

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