La geopolitica della corsa allo spazio
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La decisioni di grandi colossi come Eni, Rwe Engie di aprire i “Conti K” presso Gazprombank segnala che i grandi Paesi europei non intendono seguire il rischio a cui sono andati incontro i Paesi baltici, Polonia e Bulgaria che hanno proceduto o subito il decoupling energetico dal gas russo. E così facendo si allontana l’opzione nucleare dell’embargo all’oro blu esportato da Mosca. Bruxelles ha di fatto riposto nel cassetto ogni piano volto a portare alle estreme conseguenze la guerra economica con la Russia né, parimenti, pare che Mosca voglia premere sull’acceleratore in tal senso sul versante opposto. Si lascia via libera alle major energetiche europee di saldare in euro o dollari dando poi sponda a Gazprombank per compiere il discusso procedimento del cambio in rubli agognato da Putin.

Sul carbone e sul petrolio ci si può muovere, sulle sanzioni finanziarie si può discutere, sulla critica politica assoluta a Mosca si avanza ma al gas russo non si può dire di no. E anche una testata italiana decisamente critica della Russia e delle sue mosse in Ucraina come Formiche sottolinea che “un po’ di gas russo serve alla pace” in un articolo firmato da una delle sue penne principali, Roberto Arditti. Nella sua analisi Arditti nota che è sicuramente importante per l’Europa dire “basta gas e petrolio dalla Russia (ha votato in questo senso anche il Parlamento Europeo) per puntare all’indipendenza energetica” da Mosca, ma che al contempo ” sarebbe follia pura chiudere il rubinetto del gas con la Russia. Quel rubinetto deve restare aperto perché la Russia è comunque un pezzo di Europa (a modo suo) e non è buttandola tra le braccia dei cinesi che faremmo un buon affare”.

In un certo senso tenere aperti i legami economici con Mosca aumenta il potere negoziale dell’Europa: lo ha capito la Francia sedendosi, da azionista di Renault, al tavolo con il Ministero dell’Industria russo per la cessione delle quote delle filiali locali a Mosca. Lo ha capito la Germania, Paese che per bocca del Ministro dell’Economia verde Robert Habeck ha fugato da tempo ogni embargo sul gas. E lo capisce anche l’Italia che continua a mostrar bandiera in Russia con molti suoi gioielli di famiglia: Pirelli, Intesa San Paolo, Generali per fare qualche nome. Il decoupling totale da Mosca, in sostanza, oltre a avere danni rovinosi sia per il sistema russo che per quello europeo, appiattirebbe totalmente Bruxelles sulle posizioni statunitensi (e britanniche) di guerra economica indiscriminata a Mosca. E cagionerebbe un danno alla stessa strategia di disaccoppiamento dalla dipendenza energetica dalla Russia, rendendo la partita europea per gli approvvigionamenti di gas più confusa, accelerata e incerta e scatenando una corsa competitiva tra gli Stati per accaparrarsi le migliori forniture. Tutto questo, ovviamente, senza considerare la questione dei costi.

La partita del gas è una di quelle dinamiche in cui si capisce quanto sia interessante il dato sottolineato dall’ambasciatore Marco Carnelos parlando con Inside Over sulla non inevitabile sovrapponibilità tra europeismo ed atlantismo. Gli Usa pressano l’Europa chiedendo un embargo totale sul gas dall’alto di una situazione di forza che li vede indipendenti sul fronte energetico e potenziali sostituti di parte del gas russo. Ma il Vecchio Continente non può permettersi, dall’oggi al domani, questa svolta. Una svolta che spaccherebbe l’Unione Europea, già incerta sul ben meno costoso embargo al petrolio. Negli ultimi giorni, infatti, l’Ungheria sta ancora bloccando l’embargo petrolifero contro la Russia quasi due settimane dopo che la Commissione Europea ha presentato una proposta per ridurre gradualmente l’acquisto. Budapest, riparto Euronews, “chiede nuovi investimenti dell’UE per garantire la costruzione di infrastrutture, compresi nuovi oleodotti per compensare le perdite”. Viktor Orban non sarebbe solo, in quest’ottica, in caso di battaglia sul gas. Troppo gravi i rischi di recessione per l’Europa e i conseguenti costi economici e sociali, che diverse istituzioni, dalla Banca d’Italia al Fondo Monetario Internazionale, sottolineano.

Finanziare la guerra di Putin continuando a pagare la “bolletta” quotidiana a Mosca è meno costoso che affrontare i conseguenti costi sociali legati a un possibile salto nel buio. Ciò cozza con la retorica di fermo sostegno all’Ucraina e totale allineamento occidentale propugnata negli ultimi mesi, ma corrisponde alla semplice realtà. E sia l’Italia “atlantica” di Mario Draghi che la Germania in transizione di Olaf Scholz e la Francia neo-gollista di Emmanuel Macron concordano su questo dato. Segno della divergenza negli interessi tra i rivali della Russia. E della difficile transizione oltre una dipendenza che è divenuta, da tempo, strutturale.

 

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