Pneumatici dati alle fiamme, barricate e blocco delle autocisterne dirette ai giacimenti petroliferi. Le piazze siriane sono teatro di una mobilitazione di massa contro il drastico aumento dei prezzi del carburante voluto dal governo di Ahmed al-Sharaa ed entrato in vigore domenica 13 settembre. La risposta della popolazione ai rincari è stata immediata, in quella che è la più grande protesta nel Paese da quando, nel dicembre del 2024, è caduto il regime di Bashar al-Assad. Barricate e copertoni in fiamme hanno paralizzato l’autostrada M5 tra Damasco e il polo industriale di Aleppo, mentre le mobilitazioni si allargavano a Idlib, Hama, Deir Ezzor, Hasakah e Raqqa. Autobotti dirette alle raffinerie della Siria centrale sono state bloccate dai manifestanti, che in corteo continuano a chiedere il ripristino dei sussidi statali e le dimissioni dei ministri dell’Energia e dell’Economia, così come quelle dei vertici della compagnia petrolifera statale, la Syrian Petroleum Company (SPC).
Le nuove tariffe colpiscono duramente una popolazione già ridotta alla fame e segnata profondamente da anni di crisi economica e guerra civile. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), dall’inizio della guerra civile del 2011 il 90% dei siriani vive oggi sotto la soglia della povertà, il 66% in povertà estrema. Gli aumenti del governo Al-Sharaa prevedono rincari del 40% sul gasolio (da 125 a 175 lire siriane al litro) e del 28% sulla benzina (da 152 a 195 SYP), oltre a un aumento del 9% per il GPL domestico. Rispetto al periodo precedente alla crisi di Hormuz, la benzina è aumentata in totale dell’86%.
La decisione è stata definita dal governo di Damasco una “misura temporanea” per far fronte al rincaro dei costi del carburante sul mercato internazionale, dovuto alla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, e ai lavori di manutenzione per aumentare la capacità della raffineria di Banias, sulla costa mediterranea. La Siria soffre di una pesante dipendenza dalle importazioni: secondo il Ministero dell’Energia, a fronte di un consumo nazionale stimato sui 325.000 barili al giorno, la produzione interna si attesta ad appena 102.000 barili giornalieri, costringendo il Paese a importare oltre il 60% del diesel e un terzo della benzina consumati. Storicamente, il principale fornitore di greggio è stata la Russia, con circa 60.000 barili al giorno erogati nel 2025 secondo Reuters. Ma il riallineamento di Damasco a Washington e la promessa del superamento delle sanzioni hanno spinto Al-Sharaa a un accordo con gli Usa per ridurre l’import di greggio da Mosca. Gli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie russe, peraltro, hanno ridotto notevolmente la produzione del Cremlino, costretto a limitare l’esportazione di carburanti.
L’aumento dei prezzi di benzina e gasolio rischia di alimentare un’inflazione diffusa su trasporti, agricoltura e beni alimentari, peggiorando drasticamente le condizioni di vita dei siriani. Secondo gli ultimi dati, l’inflazione è già al 24,8%, con i salari medi stabili sui 100 euro. Nelle piazze, si registrano gesti estremi di disperazione e appelli al presidente Al-Sharaa da parte di famiglie ridotte a vivere di “acqua e zucchero”. In un video, un uomo si è versato addosso un liquido che sosteneva essere benzina, minacciando di darsi fuoco. La folla è intervenuta per fermarlo. Le speranze dei siriani, che con la fine della guerra civile guardavano con fiducia a un futuro di stabilità economica, si sono scontrate con una realtà, per molti, peggiore di prima.
L’Assemblea del Popolo (il Parlamento siriano) ha approvato la richiesta della Commissione Energia di convocare il ministro dell’Energia Mohammad al-Bashir, per chiarire ulteriormente i motivi del rincaro. Al-Bashir sarà ascoltato giovedì 17 settembre.