L’importanza strategica del gas non è rappresentata soltanto dal Paese produttore e da quello che lo importa, ma anche dal territorio di passaggio. Ne sa qualcosa l’Ucraina, che in questi giorni si è vista sfilare il transito dell’oro blu della Russia diretto verso l’Ungheria. Dopo il contratto siglato dal colosso russo del gas, Gazprom, a Budapest, le forniture di energia all’Ungheria non arriveranno infatti più dall’Ucraina, ma dalla Serbia. Una rotta, quella del gas di Mosca, che prenderà la rotta del Mar Nero, poi della Turchia, della Bulgaria e infine della Serbia, entrando nelle case degli ungheresi senza passare per il territorio controllato da Kiev.

Il contratto siglato dal ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, e dalla direttrice generale per le esportazioni del gigante gasiero russo, Elena Burmistrova, prevede una fornitura di gas pari a 4,5 miliardi di metri cubi all’anno per quindici anni. Dopo il 2036, è prevista la possibilità di negoziare un’ulteriore proroga.

Per Budapest si tratta di assicurarsi una fornitura di fondamentale importanza, soprattutto perché conferma la capacità del governo di Viktor Orban di muoversi su più tavoli anche per quanto riguarda il settore dell’energia. Ma quello che risalta è soprattutto il colpo inferto dal Cremlino al riottoso vicino ucraino, che per la prima volta si vede soffiare i diritti di transito per il gas di Mosca diretto nel Paese dell’Europa centrale. Un gesto che ha un peso specifico molto rilevante nei rapporti tra i due Stati, tanto che Kiev ha subito chiesto agli Stati Uniti e alla Germania di sanzionare la Russia per quello che considera un “uso politico” del gas da parte del vicino.

La richiesta ucraina si infrange però su una verità che la stessa Kiev sa che è ben nota a tutti. Denunciare l’uso politico del gas e delle sue forniture è infatti denunciare un qualcosa che è chiara a chiunque in Europa e non solo. Non è un caso che l’Unione europea, insieme con gli Stati Uniti, abbia da tempo optato per una politica di diversificazione delle fonti energetiche che evitino proprio la dipendenza dal gas proveniente dalla Russia. E non è altrettanto casuale che Ue e Usa abbiano incentivato la creazione di Eastmed, progetto di gasdotto che serve a portare il gas dei giacimenti del Mediterraneo orientale direttamente in Europa bypassando la Turchia. Così come non può dimenticarsi l’assoluta contrarietà degli Stati Uniti al Nord Stream 2, che collega i giacimenti russi ai terminali tedeschi.

L’idea della diversificazione nasce in un’ottica prettamente politica oltre che di esigenza di tutelarsi da un ridotto numero di Paesi fornitori. Ma questo serve a far capire come siano tutti estremamente consapevoli del ruolo politico del gas. Soprattutto in una fase in cui si parla di transizione energetica ma è in cui l’oro blu ad avere essere il vero “gam-changer” della politica di molte aree del mondo. A cominciare dall’Europa orientale.

In questo senso, è chiaro che ricevere o non ricevere gas russo è un messaggio. Così come vederlo transitare sul proprio territorio. Tagliare fuori l’Ucraina dal diritto di passaggio per il gas all’Ungheria comporta una perdita di soldi (secondo Kiev del tutto immotivata) ma è soprattutto il segnale lanciato da Mosca di una rinnovata presa di posizione sul fronte occidentale. Da non sottovalutare anche la scelta di designare il Turkish Stream (e poi la prosecuzione balcanica del Balkan Stream) come corridoio per il trasporto dell’oro blu. Scelta obbligata, sì, a livello geografico, ma fondamentale anche nella comprensione dei complessi rapporti tra Russia e Turchia, come confermato anche dal recente incontro di Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin. Il presidente turco ha dimostrato nel corso degli anni una certa vicinanza nei confronti degli interessi ucraini: ma allo stesso tempo non può fare a meno di sfruttare le tensioni per ricevere diritti di transito altrimenti negati. E per tessere ancora di più la trama della strana relazione con il Cremlino.