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La Russia sta bruciando grandi quantitativi di gas naturale liquefatto (Gnl) nelle regioni nordiche al confine con la Finlandia. A riportarlo la Bbc segnalando un’analisi di Rystad Energy, società indipendente di ricerca energetica e business intelligence con sede a Oslo che rappresenta la principale fonte di analisi in materia in Norvegia e nella regione scandinava e una delle più importanti d’Europa. Rystad ha analizzato sia immagini provenienti da fonti aperte, social network e studiosi scattate tra i confini di Finlandia e Russia sia immagini tratte dai satelliti Copernicus per raccogliere i dati in materia.

Il risultato? La Russia starebbe bruciando 4,34 milioni di metri cubi di Gnl al giorno nell’impianto di Portovaya. I calcoli sono stati effettuati analizzando l’intensità e la durata delle fiamme fotografate da distanza o individuate con i raggi infrarossi. E questo confermerebbe quanto già da tempo in terra finnica si stava analizzando con attenzione: Gazprom brucia così tanto gas che le fiamme si vedono dalla Finlandia. A inizio agosto il primo a sostere questa tesi il canale Tv e radio finlandese Yle, secondo cui le fiamme erano attive, non lontano dal confine russo-finlandese, da più di un mese. La fiamma sarebbe apparsa sotto forma di quella che gli esperti chiamano “torcia di gas” e sarebbe apparsa alla stazione di compressione di Portovaya il 17 giugno ed è stata notata ogni giorno tranne uno da allora in avanti.

Con la torcia di gas un impianto brucia il prodotto in eccesso che non riesce a immettere negli impianti di distribuzione o stoccaggio. Il cosiddetto flaring è in particolar modo utilizzato spesso in impianti a bassa complessità tecnologica di estrazione del petrolio, ove il gas emerge come sottoprodotto della produzione di oro nero e deve essere bruciato.

Mark Davis, amministratore delegato di Capterio, una società coinvolta nella ricerca di soluzioni per il flaring, ha dichiarato alla Bbc che il bagliore avvistato dai finlandesi e dai satelliti è il frutto di decisione deliberata presa per ragioni operative: “Gli operatori spesso sono molto riluttanti a chiudere effettivamente le strutture per paura che possa essere tecnicamente difficile o costoso riavviare, ed è probabilmente il caso qui”, ha detto. Mosca, in sostanza, a Portovaya si troverebbe a dover immagazzinare grandi volumi di gas che venivano forniti in precedenza al mercato europeo attraverso il gasdotto Nord Stream e che ora sono bloccati per la riduzione del funzionamento degli impianti. Gazprom potrebbe aver voluto riutilizzare quel gas per produrre Gnl nel nuovo impianto, ma potrebbe aver avuto problemi a gestirlo e si trova di fronte all’amara considerazione che l’opzione più sicura è oggi bruciarne una quantità non indifferente. Dal valore, secondo Rystad, di 10 milioni di dollari ogni giorni e in grado di rovesciare nell’atmosfera 9mila tonnellate di anidride carbonica.

In quest’ottica, Portovaya apparirebbe un impianto a bassa complessità tecnologica. “Questo tipo di brillamento a lungo termine può significare che mancano alcune apparecchiature”, ha affermato Esa Vakkilainen, professoressa di ingegneria energetica presso l’Università finlandese LUT. “Quindi, a causa dell’embargo commerciale con la Russia, non sono in grado di produrre le valvole di alta qualità necessarie per la lavorazione di petrolio e gas. Quindi forse ci sono alcune valvole rotte e non possono farle sostituire”.

Più volte, negli ultimi mesi, Portovaya è stata indicata come la stazione critica per il transito di gas dalla Russia all’Europa e problemi al terminal indicati come la causa di diversi tagli alle forniture all’Europa. Questo è stato il caso per la riduzione delle forniture ad Eni a metà giugno, ad esempio.

A luglio, invece, lo stesso Vladimir Putin ha indicato nella necessità di ricevere dal Canada una turbina Siemens bloccata dalle sanzioni mentre era in riparazione la condizione fondamentale per permettere a Portovaya di operare a piena capacità e al flusso attraverso Nord Stream di proseguire.

A luglio Gazprom ha inviato una comunicazione ufficiale a Siemens con la richiesta di fornire i documenti che consentiranno l’esportazione dal Canada del motore a turbina a gas per la stazione di compressione di Portovaya. Ma poche ore prima dell’annuncio dello scoop della Bbc Gazprom ha commentato le recenti dichiarazioni secondo cui il Canada trasferirà altre cinque turbine per il gasdotto Nord Stream in Germania. “Attualmente, nessuna delle turbine della stazione di compressione di Portovaya è in riparazione in Canada”, ha detto la società.

Questo gioco delle tre carte sulle dichiarazioni apre al sospetto che non sia solo la carenza della tecnologia russa e la fragilità delle linee di stoccaggio di moli di gas che si riteneva in grado di far fluire verso Occidente la causa delle mosse di Mosca. Si può sottolineare che il gas bruciato è, sostanzialmente, sottratto al mercato. E dunque i “roghi” di Portovaya contribuiscono, in parte residuale ma non indifferente, a ridurre la disponibilità dell’export del gas russo, dunque a contribuire alla svolta verso l’alto dei prezzi. Garantendo a Mosca, che dall’inizio della guerra in Ucraina incassa oltre 630 milioni di euro al giorno in forniture energetiche, il paradossale risultato di aumentare le entrate in un contesto di riduzione delle forniture all’Europa. Anche questo significa fare guerra economica (e psicologica). Con buona pace di un’Europa che non capisce quanto Mosca sia pronta a tutto per difendere la rendita energetica.

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