Non ci pensiamo quasi mai, eppur viviamo tutti immersi in un flusso continuo di energia elettrica. È qualcosa che diamo per scontato, ma che alimenta ogni aspetto della nostra vita: illuminazione, cellulari, frigoriferi e treni che prendiamo ogni giorno. In poche parole, dipendenza totale dall’elettricità!
Le reti elettriche non sono semplici infrastrutture tecniche, sono in realtà sistemi incredibilmente complessi, quasi degli ‘organismi viventi’ che pulsano attraverso cavi, interruttori e software.
Queste reti vengono classificate come infrastrutture critiche perché, in fondo, sono la spina dorsale delle nostre economie e della sicurezza nazionale, ma sotto quella apparente solidità si nasconde una fragilità che deriva dalla loro complessità e dalle interconnessioni sempre più fitte. E quando qualcosa va storto – pensiamo ai grandi blackout – quella fragilità emerge in maniera evidente.
La sfida strategica dei blackout
I blackout come quello italiano del 2003 o quello più recente della Penisola Iberica di aprile 2025, non sono solo incidenti isolati, sono campanelli d’allarme, dei veri e propri stress test del nostro sistema elettrico. Ci mostrano i limiti di un modello energetico basato sull’interdipendenza e, allo stesso tempo, ci offrono lezioni preziose.
Per capire davvero questa vulnerabilità, dobbiamo prima affrontare il concetto di complessità: non si tratta solo di avere tanti elementi, ma soprattutto di come questi elementi interagiscono tra loro.
Una rete elettrica è un sistema articolato: centrali che producono energia, linee ad altissima tensione che la trasportano come autostrade invisibili, reti di distribuzione che la portano nei quartieri, fino ai contatori delle nostre case. Il tutto gestito da una componente digitale – software, sensori, telecomunicazioni – che rappresenta il “cervello” del sistema. Stiamo parlando, insomma, di sistemi dove hardware e software sono legati indissolubilmente.
Ciò che rende questi sistemi così delicati è la loro interconnessione. Ogni componente fa parte di una rete fittissima. A livello continentale, le reti elettriche nazionali sono collegate tra loro, specialmente in Europa. Quest’intreccio favorisce l’efficienza e la sicurezza, ma può anche diventare un veicolo per la propagazione del rischio. Un singolo evento – magari un albero che cade su una linea – può innescare un guasto a cascata: il fallimento di un elemento sovraccarica gli altri, che cedono a loro volta, creando un effetto domino potenzialmente devastante. In queste situazioni, diventa impossibile identificare una sola causa: quello che vediamo è un comportamento emergente, tipico dei sistemi complessi spinti oltre i loro limiti.
La lezione italiana: il caso del 2003
Il blackout del 28 settembre 2003 in Italia ne è un esempio perfetto. Tutto iniziò in Svizzera, quando una linea elettrica ad alta tensione venne a contatto con un albero. Un guasto apparentemente banale, che però trovò terreno fertile in un contesto già fragile.
In quel periodo, l’Italia dipendeva pesantemente dalle importazioni di energia, soprattutto da Francia e Svizzera. Circa un quarto del fabbisogno notturno era coperto da queste forniture estere. Le linee di interconnessione erano già al limite. Quando la prima linea svizzera cedette, il carico si spostò sulle altre, che si sovraccaricarono in un attimo.
Ma non fu solo un problema tecnico. La gestione della crisi fu un disastro: mancò il coordinamento tra i gestori svizzeri e italiani, e le contromisure arrivarono troppo tardi. Nel giro di pochi minuti, l’intera rete italiana si ritrovò isolata dal resto d’Europa. Privata del supporto esterno, non riuscì a reggersi da sola. E così, l’intero sistema collassò. Non fu solo un disagio per i cittadini, ma una lezione geopolitica durissima: dipendere troppo dalle forniture estere, con una rete interna poco resiliente e con una pessima cooperazione internazionale, può trasformarsi in una minaccia seria alla sicurezza nazionale.
Ventidue anni dopo, nell’aprile 2025, la Penisola Iberica ha vissuto una crisi simile, ma in un contesto profondamente cambiato. Spagna e Portogallo erano diventati leader nelle energie rinnovabili, in particolare solare ed eolico. Questa transizione, fondamentale per combattere il cambiamento climatico, ha però introdotto nuove criticità: la produzione è intermittente, difficile da prevedere e gestire, e la connessione tramite inverter riduce l’inerzia del sistema, rendendolo più vulnerabile agli squilibri.
Un altro punto debole era la limitata interconnessione con il resto d’Europa. La Penisola Iberica era, di fatto, un’isola energetica. Quando si è verificata una perdita improvvisa di produzione – forse per un guasto tecnico, forse per una debolezza strutturale – il sistema ha ceduto. È crollato tutto.
Le cause del blackout iberico
All’inizio si è escluso un attacco informatico, ma l’incertezza sulle cause e l’apertura di un’indagine per possibile sabotaggio hanno riportato al centro l’importanza della cybersecurity. La crescente digitalizzazione delle reti crea nuove opportunità, ma ci espone anche a rischi imprevisti. Senza investimenti adeguati in flessibilità, stoccaggio e sicurezza, la transizione energetica rischia di esporci a nuove vulnerabilità strategiche.
I blackout non sono solo questioni tecniche. Sono eventi che mettono in discussione la nostra capacità di garantire la stabilità di uno dei pilastri della civiltà contemporanea. L’intero funzionamento della società – dall’economia ai trasporti, dalla sanità alle comunicazioni, fino alla difesa – dipende dall’energia elettrica. Un blackout prolungato non è un semplice fastidio: è una crisi sistemica, con potenziali conseguenze disastrose su scala nazionale.
Nel 2020, un attacco informatico ha colpito i centri di controllo della rete elettrica indiana, mostrando quanto il cyberspazio possa minacciare concretamente infrastrutture critiche e sicurezza nazionale.
Anche eventi apparentemente lontani dal settore energetico, come il blocco del Canale di Suez nel 2021, ci ricordano quanto sia pericoloso un chokepoint. Un singolo intoppo in un punto strategico può generare effetti a catena, bloccare milioni di tonnellate di merci, mettere in crisi le filiere produttive e causare perdite enormi. Le reti elettriche funzionano con logiche simili: sono fragili proprio perché sono interconnesse.
Proteggere le infrastrutture critiche
In uno scenario geopolitico sempre più instabile, le infrastrutture critiche possono diventare strumenti di potere. Controllare, proteggere – o colpire – una rete elettrica significa influenzare profondamente la capacità di una nazione di resistere o reagire.
Se la complessità è una caratteristica intrinseca delle reti elettriche, allora la resilienza diventa la risposta strategica. Resilienza non significa evitare ogni rischio, ma accettare l’incertezza, prepararsi agli imprevisti e creare sistemi capaci di assorbire gli urti, adattarsi e riprendersi.
Per fortuna, già da qualche anno si sta rivedendo il paradigma stesso della sicurezza elettrica: non più solo prevenzione del guasto (secondo la logica ingegneristica del criterio N-1), ma capacità di gestione dinamica, sistemica, basata sull’osservazione delle interdipendenze e delle dinamiche emergenti. Tuttavia, la strada verso una vera resilienza infrastrutturale resta ancora lunga, poiché gli investimenti massicci nelle reti di trasmissione e distribuzione – pur rappresentando un punto di partenza fondamentale – dovranno essere accompagnati da una trasformazione culturale e organizzativa che permetta di abbracciare pienamente la complessità sistemica che caratterizza le nostre arterie energetiche nel contesto geopolitico contemporaneo.

