La Lituania “divorzia” con la Russia, definitivamente e ufficialmente. Dopo aver annunciato di aver imposto lo stop alle importazioni di gas russo a inizio aprile, in meno di due mesi Vilnius ha formalizzato la fine di ogni legame energetico con la Russia. Da domenica 22 maggio, infatti, la Lituania ha tagliato completamente le importazioni di forniture energetiche dalla Russia, azzerando ogni rifornimento riguardante petrolio, elettricità e gas naturale.

Il ministero dell’energia lituano aveva annunciato in una nota venerdì che la borsa elettrica pan-europea Nord Pool aveva deciso di interrompere gli scambi di elettricità russa con il suo unico importatore nei paesi baltici, l’utility russa Inter Rao, una mossa con cui il paese non avrebbe più importato energia russa. “Non è solo una pietra miliare estremamente importante per la Lituania nel suo percorso verso l’indipendenza energetica, ma è anche un’espressione della nostra solidarietà all’Ucraina”, ha spiegato il ministro dell’energia Dainius Kreivys: “Dobbiamo smettere di finanziare la macchina della guerra” che Vladimir Putin vede quotidianamente alimentata dalla sete europea di energia.

Il presidente lituano Gitanas Nauseda ha più volte nelle ultime settimane invitato anche il resto dell’Unione europea a seguire l’esempio dei Paesi baltici, Vilnius in testa, circa il disaccoppiamento con la Russia. Estonia e Lettonia camminano sullo stesso sentiero della Lituania, mentre anche la “patrona” Polonia deve giocoforza adattarsi per il ricatto energetico russo. “Fino al 2015 il Paese baltico era completamente dipendente dalle forniture di gas dalla Russia per il quale pagava i prezzi più alti d’Europa”, nota Il Messaggero che aggiunge il fatto che “i timori prolungate interruzioni di gas naturale (ricorrenti già in passato) rischiava di rendere la Lituania un perenne ostaggio di Mosca. Questo spinse portò il paese a ricorre a misure che dissuadessero la Russia dall’usare l’energia come strumento geopolitico” inaugurando il rigassificatore Independence.



Inaugurato nel 2014 e oggi centrale con i suoi 4 miliardi di metri cubi annui di capacità. Il terminal di gas naturale liquefatto (Gnl) sito al largo di Klaipïeda, uno dei più importanti d’Europa, ha permesso a Vilnius di abbandonare completamente il gas russo: ad oggi è infatti il Gnl a permettere alla Lituania di soddisfare completamente la domanda e, anzi, di diventare un hub nel Mar Baltico. Tanto da aiutare anche la Finlandia a rompere la dipendenza dal gas russo: da sabato, la compagnia finlandese Gasum sta importando gas attraverso il gasdotto Balticconnector, che collega Inkoo, sulla costa meridionale della Finlandia, con Paldiski, in Estonia. Secondo l’emittente pubblica estone “Err”, Paldiski viene rifornito dalla Polonia attraverso la Lettonia e la Lituania, attingendo al gas naturale liquefatto stoccato nei Paesi in questione.

La Lituania ha concretizzato nei mesi della guerra in Ucraina un percorso lungo, dato che ha iniziato a ridurre al minimo la sua dipendenza dalla Russia. Nel 2015, si è unita a Estonia e Lettonia per rompere un accordo del 2001 che legava queste repubbliche in un “anello energetico” russo, orientando invece le loro reti elettriche verso l’Europa. Diversificandosi in questo modo nell’ultimo decennio, la Lituania ha gradualmente ridotto le importazioni russe, come quota delle forniture complessive di gas, al 45% nel 2019 e ha anche firmato un accordo con la norvegese Statoil (ora Equinor) per l’acquisto di 540 milioni di metri cubi di gas all’anno come base di relazioni sempre più profonde. La Norvegia ha fornito il 54% prima della pandemia di Covid-19, e ora a sostituire la sete di gas russo ci penserà la crescita delle forniture di Gnl americano

Tutto questo con il contributo del terminal di Klaipedacostruito con l’aiuto di un prestito di 95 milioni di dollari della Banca europea per gli investimenti. A pieno regime, Klaipeda (l’antica Memel) con il suo terminal può garantire alla Lituania un’eccedenza del 50% rispetto ai consumi annui del Paese, pari a soli 2,4 miliardi di metri cubi annui, e aprire dunque a diventare un punto di riferimento a Est. In nome del contrasto alla Russia, dunque, la Lituania si posiziona in prima fila nel campo euroatlantico per zelo. La nuova “Cortina di Ferro” è data non dalla fisicità dei muri, ma dall’immaterialità dell’assenza di traffici e scambi tra le aree geopolitiche in lotta. E il caso della rottura tra la Russia e le ex province baltiche dell’Urss ne è una testimonianza. Un messaggio, quello di Vilnius, rivolto anche all’Europa: nascondersi dietro i veti di Paesi come l’Ungheria per non procedere all’embargo energetico alla Russia è per la Lituania sintomo di ignavia. Ma è proprio su questa direzione che Paesi come Germania e Italia, realisticamente andranno: le conseguenze della guerra di Putin sono diverse e meno intense all’aumentare della taglia di uno Stato e della distanza da Mosca. E questo permette di capire lo zelo di un Paese come la Lituania che si sente sotto la continua minaccia russa e non vuole in alcun modo alimentarla.

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