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“Così come l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre, l’età del petrolio non terminerà quando si esaurirà il petrolio”: il celebre aforisma dello sceicco Ahmed Zaki Yamani, ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita dal 1962 al 1968 scomparso nel 2021 all’età di 91 anni sembra perfettamente adattarsi ai giorni nostri. Periodo in cui l’età del petrolio è data, quotidianamente, con i mesi contati ma in cui, al contempo, l’oro nero gioca ancora un ruolo da protagonista nei mercati energetici globali. E il caso dell’espansione petrolifera della Guyana lo conferma.

A marzo il consorzio petrolifero guidato dall’americana ExxonMobil ha annunciato una nuova scoperta, un giacimento di nome Bluefin, nel ricco deposito offshore Stabroeck, che si trova nelle acque territoriali del Paese latinoamericano. Ora il totale di risorse disponibili nel solo blocco Stabroek è salito a 11 miliardi di barili, e dal 2015 a oggi ExxonMobil ha investito 1,5 miliardi di dollari per avviare il Paese a un possibile boom petrolifero.

Il fatto interessante è che ExxonMobil guida, da prime contractor, un consorzio che la vede alleata alla Chinese National Oil Company (Cnoc) e alla connazionale Hess Corporation nel grande progetto di sviluppo del nuovo El Dorado petrolifero. Un intreccio interessante. La Guyana è un Paese critico, al confine col Venezuela con cui si contende la regione dell’Esequibo rivendicata da Caracas, e in cui ExxonMobil rappresenta la proiezione americana in un’area di mondo ove, con la notevole eccezione dell’Argentina di Javier Milei, negli ultimi due anni l’ascendente americano è calato in molti Stati chiave: Brasile, Cile, Colombia, Bolivia per fare esempi di peso. Ma pecunia non olet e di fronte al business Exxon non lesina di allearsi con la cinese Cnoc per un obbiettivo comune che spariglia rispetto alle aspettative la portata geo-strategica del progetto. Ma del resto, allearsi a un gruppo cinese oggi in America Latina migliora, piuttosto che peggiorare, l’immagine di un’azienda occidentale.

In Guyana, Paese dove i soli 800mila abitanti sono per il 50% sotto la soglia di povertà, la compagnia Usa e gli alleati vogliono fare affari d’oro. “I consulenti di Wood Mackenzie prevedono che Exxon e i suoi partner genereranno profitti per 135 miliardi di dollari tra il 2024 e il 2040″, ripartiti in forma crescente nel prossimo quindicennio, ricorda il Financial Times. Nello stesso periodo, “la Guyana riceverà 150 miliardi di dollari, una cifra sbalorditiva per un Paese che l’anno scorso aveva un budget nazionale di 3,75 miliardi di dollari”. Il budget vede un sostanziale livello di spartizione 50-50 dei proventi, una regola che i nuovi Paesi estrattori propongono per superare la maledizione di molti Stati estrattivisti schiacciati dai proventi portati via dalle major occidentali.

In Guyana, nel blocco offshore, nota il Ft, “il consorzio può raccogliere fino a tre quarti delle entrate dal progetto fino al recupero dei costi. Il resto è diviso 50-50 con il governo, che prende anche una royalty del 2% sulla produzione del giacimento, al di sotto del livello della maggior parte dei progetti petroliferi offshore”.

L’ampia marginalità può spingere verso l’alto i redditi delle imprese coinvolte, e questo mostra una grande vivacità delle imprese petrolifere che non cessano di compiere investimenti per sviluppare l’output, mentre la Guyana guarda ai prossimi mesi per normalizzare i rapporti col vicino Venezuela e creare un clima aperto agli investimenti. Del resto, l’Agenzia Internazionale del’Energia ricorda che nel 2024 prima e nel 2025 poi la produzione di greggio globale toccherà nuovi record, a 102,6 e 104,7 milioni di barili al giorno. Strana età del petrolio al tramonto, quella che vede la produzione salire. E in cui nuovi Stati, come la Guyana, sognano di entrare nel club dei produttori capaci di tesaurizzare le loro preziose risorse naturali.

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