La primavera del 2026 si è aperta, come noto, con uno dei momenti più delicati per il mercato energetico globale degli ultimi anni. L’escalation militare che coinvolge Stati, Israele e Iran, insieme agli avversari regionali ha colpito direttamente infrastrutture petrolifere critiche nel Golfo Persico, mettendo sotto pressione le rotte di approvvigionamento e riportando al centro dell’attenzione lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota fondamentale del petrolio mondiale. Gli attacchi a impianti e terminali in Qatar ed Emirati Arabi Uniti, uniti ai timori di blocchi logistici, hanno causato interruzioni produttive, forti oscillazioni dei prezzi e un aumento generalizzato dell’incertezza. Di fronte a questo stesso shock, Cina e Stati Uniti stanno reagendo in modo profondamente diverso. Le notizie che arrivano da ExxonMobil, da un lato, e dalle raffinerie indipendenti cinesi, dall’altro, offrono una lente privilegiata per osservare non solo come funziona il mercato del petrolio, ma anche cosa rivelano queste risposte sulla redditività economica e sulla sostenibilità sociale dei due modelli.
Negli Stati Uniti, lo shock si manifesta attraverso i conti di una grande multinazionale privata. ExxonMobil ha annunciato che nel primo trimestre del 2026 registrerà perdite molto rilevanti. Una parte significativa deriva dai cosiddetti contratti di copertura, o hedging, cioè strumenti finanziari usati per “assicurarsi” contro le oscillazioni dei prezzi. In pratica, l’azienda aveva fissato in anticipo il prezzo di vendita di parte del petrolio e del gas e quando i prezzi di mercato sono saliti rapidamente, questi contratti hanno generato perdite contabili, che normalmente vengono compensate da maggiori guadagni sulla vendita fisica del prodotto. Il problema, questa volta, è che agli effetti finanziari si sono sovrapposte interruzioni reali della produzione. Gli attacchi nell’area del Golfo hanno ridotto l’output globale di Exxon di circa il 6%, rendendo impossibile la consegna di volumi che erano stati “coperti” finanziariamente. Il risultato è stato un effetto di tempistica molto negativo: le perdite sui derivati si sono materializzate subito, mentre i profitti fisici che avrebbero dovuto compensarle arriveranno solo più avanti. A questo si sono aggiunti costi diretti legati alla fermata degli impianti e perdite nel trading, per un totale di diversi miliardi di dollari.
Eppure, il messaggio lanciato dal management di Exxon è stato relativamente rassicurante. Queste perdite vengono presentate come temporanee e reversibili e anzi, è la stessa azienda a sottolineare che l’aumento dei prezzi di petrolio e gas potrebbe rafforzare sensibilmente gli utili della divisione di esplorazione e produzione nei trimestri successivi. Il modello statunitense, rappresentato attraverso il caso di Exxon, è quindi piuttosto chiaro: l’azienda assorbe lo shock nel breve periodo, lo comunica al mercato, e scommette sulla propria capacità di recuperare redditività nel tempo. Lo Stato resta sullo sfondo e non impone livelli produttivi, non compensa direttamente le perdite, non ridefinisce le priorità industriali. Il mercato, e la fiducia degli investitori, sono l’arbitro finale. Come ha scritto anche Andrea Muratore su questa testata, la guerra ha in effetti permesso alle major petrolifere americane di registrare record di esportazioni verso l’Asia, rimasta improvvisamente senza una parte rilevante delle forniture dal Golfo Persico. Gli Stati Uniti stanno quindi cercando di sfruttare la loro produzione record e le infrastrutture di export per riallineare i flussi energetici globali, replicando quanto già avvenuto con il gas verso l’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, questa strategia non ha solo dei costi immediati per alcune aziende, come nel caso di Exxon, ma ha anche costi interni rilevanti: aumento dei prezzi domestici, tensioni sull’opinione pubblica e riduzione delle riserve strategiche, con possibili ripercussioni politiche interne in vista delle scadenze elettorali.
La strategia della Cina
In Cina, la reazione segue una logica quasi opposta. Anche qui il problema nasce dallo stesso punto con la crisi nel Golfo Persico che rende più difficile e costoso approvvigionarsi di petrolio. Ma invece di lasciare che siano i prezzi e la redditività aziendale a guidare le scelte, il governo interviene direttamente. Pechino ha infatti concesso quote aggiuntive di importazione di greggio alle raffinerie indipendenti, le cosiddette teapot refiners, che da sole rappresentano circa un quinto della capacità di raffinazione del Paese con un obiettivo esplicito: garantire che la produzione di carburanti resti ai livelli del 2025, anche a costo di perdite operative. Queste raffinerie, già schiacciate da margini negativi che arrivano a quasi 21 dollari di perdita per barile, sono state di fatto obbligate a continuare a produrre. In cambio delle nuove quote, devono mantenere elevata l’utilizzazione degli impianti nonostante le continue turbolenze sul mercato petrolifero a causa dell’ostruzione dello Stretto di Hormuz. Per sopravvivere, quindi, hanno iniziato a cercare greggio più economico ma politicamente sensibile, come quello proveniente da Iran, Russia e Venezuela, incappando spesso in problemi burocratici e restrizioni nella vendita. Il messaggio di fondo, però, è inequivocabile in quanto risulta evidente che in Cina la redditività delle singole aziende è secondaria rispetto alla sicurezza energetica nazionale. Mettendo fianco a fianco queste due storie, emergono differenze profonde.
Negli Stati Uniti, lo shock petrolifero è trattato come un rischio economico da gestire all’interno del sistema di mercato, anche quando produce perdite significative. L’azienda resta responsabile dei propri risultati, e la sostenibilità del modello si misura in termini di capacità di recuperare valore nel medio periodo. In Cina, lo stesso shock diventa una questione di stabilità sociale e politica: lo Stato interviene per garantire carburante sufficiente e prezzi relativamente stabili, trasferendo il costo della crisi sulle imprese. Questo confronto può aiutare a dare delle indicazioni (non esaustive e volutamente generali) sulla sostenibilità dei due modelli. Il modello statunitense tende, infatti, a essere più efficiente dal punto di vista della redditività nel lungo periodo, ma espone aziende e lavoratori a forti oscillazioni nel breve termine. Quello cinese sacrifica l’efficienza economica immediata per ridurre i rischi sistemici: meno probabilità di scarsità o shock sui consumatori, ma aziende che operano cronicamente in perdita e dipendono dal sostegno politico.
In conclusione, lo stesso shock petrolifero mette in luce due filosofie opposte. Da un lato, un sistema che accetta il dolore economico temporaneo in nome del mercato e della futura redditività, dall’altro, un sistema che subordinata il profitto alla sicurezza e alla stabilità sociale. Nessuno dei due modelli è privo di costi. Ma insieme mostrano come, dietro a una crisi energetica globale, si giochi anche una partita molto più ampia sul tipo di equilibrio che ogni Paese sceglie tra economia, politica e società.