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La ripresa economica globale dell’era del Covid è oramai minacciata da un fattore ben diverso rispetto alla pandemia, con cui è sicuramente interrelato ma che strutturalmente va ben oltre: il combinato disposto tra la carenza di alcuni materiali strategici per l’industria e il prezzo di risorse e materie prime fondamentali e di largo consumo.

Del primo si è a lungo parlato in relazione, soprattutto, alla preoccupante diffusione degli effetti del Chipageddon, la crisi sistemica dei semiconduttori la cui carenza sta rallentando se non addirittura paralizzando interi comparti produttivi.

La seconda questione è stata meno esplorata a livello di sistema, ma segnala una tensione da monitorare nei mercati internazionali. Su cui impattano diverse questioni. In primo luogo, sicuramente, la ripresa della corsa delle domande di ogni tipo di materia prima, da quelle energetiche in giù, nelle economie occidentali ad alto livello di consumo e reddito più elevato; in secondo luogo, le politiche espansioniste delle banche centrali hanno alimentato un’accumulazione di risorse finanziarie sui titoli e le borse su cui sono prezzate le materie prime, aggiungendo una termine all’equazione; in terzo luogo, le pressioni inflazionistiche connesse alle politiche di stimolo si sono riversate sulle materie prime, che a loro volta hanno attivato, per ora su scala ridotta, un circolo vizioso in tal senso.

Il risultato è un aumento generalizzato dei prezzi di produzione, consumo e trasporto nell’industria e una fase di rottura del meccanismo domanda-offerta, già profondamente aleatorio in passato, nel mondo delle materie prime. Se da un lato il 2020, con il Covid-19 e le forti fluttuazioni che petrolio, gas naturale e altre commodities hanno subito sui prezzi ha creato una fase di incertezza che ha reso difficile per imprese e Stati programmare produzione, domanda e generazione di scorte, dall’altro il 2021 ha preso tutti in contropiede con la crescita dei prezzi.

L’aumento medio dei prezzi, ricorda Bloomberg, è stato del 20% per tutte le materie prime, con picchi di +50% nel contesto del mercato del petrolio. Recentemente il Financial Times ha sottolineato che le pressioni sui prezzi hanno iniziato a riguardare con crescente insistenza il gas naturale: l’oro blu è risorsa chiave in questa fase in quanto considerata il ponte tra l’era delle energie fossili e la stagione delle rinnovabili, per la volontà di diversi Paesi di ricostituire le scorte in vista della stagione fredda, per il calo della produzione in certe aree dell’Europa (-10% da inizio 2019) e le incertezze sull’andamento dell’offerta in Paesi come la Russia. Il prezzo spot del gas per milione di British termal unit (una quantità pari a circa 28 metri cubi) è dato negli Usa a 3,5 dollari, 13% in più delle aspettative, e previsto salire a 4 entro il 2022. Il quotidiano della City di Londra ricorda che di fronte a un rimbalzo della domanda non corrisposto da altrettante capacità dell’offerta di starvi dietro, simile a quanto accaduto nel mercato dei chip, si è aggiunta una questione legata all’eterogeneità dei mercati e all’incapacità dei flussi di gas naturale liquefatto di star dietro alle richieste degli importatori (dalla Cina al Brasile), con conseguenti rincari sui prezzi.

Per l’industria globale sarà invece importante sapere come si risolverà la partita dell’acciaio, che nei prossimi anni sarà esposta a due importanti sfide: da un lato, i dazi all’esportazione imposti da Cina e Russia per orientare la produzione verso il mercato interno; dall’altro, in prospettiva,dazi verdi dell’Unione Europea pronti a entrare in vigore nel quadro del Carbon Border Adjustment Mechanism. Su scala mondiale nel 2021 i prezzi dell’acciaio alla fonte della filiera sono cresciuti di oltre il 200 per cento rispetto ai periodi pre-pandemia e, in particolare, quelli di uno dei maggiori benchmark del mercato, i laminati a caldo, sono saliti da 700-800 dollari alla tonnellata fino agli attuali 1825. E a cascata tutto questo apprezzamento rischia di scaricarsi, in Occidente, su ogni comparto industriale

E a tutto ciò va aggiunto l’aumento di prezzo di altre materie prime applicate nell’industria in diversi settori, legati a coltivazioni o risorse naturali: pensiamo all’olio di palma e a quello di soia, che sperimentano rincari oscillanti tra il 70 e l’80% nel prezzo nel 2021, alla gomma, che costa di più ed è sempre meno reperibile contribuendo alla crisi del settore auto, alla crisi delle plastiche che in primavera ha mandato in difficoltà la filiera europea dei vaccini. Un’impresa “termometro” di queste tensioni è Unilever, il conglomerato che è tra i maggiori produttori di beni di consumo di massa al mondo, dagli shampoo Dove alla maionese Hellmann’s.

Ebbene, Unilever ha recentemente sottolineato che la crisi sistemica dei prezzi rischia di eroderne i margini di profitto per il 2021: il Guardian ricorda che il gruppo riporta per il primo semestre una crescita dei ricavi del 5,4%, sotto le aspettative, a 25,8 miliardi di euro, ma un calo dei profitti da 4,5 a 4,4 miliardi di euro per la crescente pressione dei costi. E il margine operativo lordo previsto per l’anno in corso e fondamentale per le questioni di carattere borsistico e finanziario è dato al 18,8%, un punto in meno dell’anno passato. E la sensazione è che questo non sia solo che l’inizio per molte compagnie. In sostanza, la crisi dei prezzi e il “collo di bottiglia” globale venutosi a creare è uno dei segni maggiori del fatto che l’era della pandemia ha accelerato profondi mutamenti nel sistema economico e nel contesto della globalizzazione. Le cui catene del valore e di approvvigionamento si sono dimostrate, alla prova dei fatti, decisamente poco elastiche. E le conseguenze saranno tutte da valutare per le economie più avanzate.

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