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Il futuro del Senegal sembra essere scritto nei giacimenti di gas naturale che si estendono lungo il confine con la Mauritania. Ma per i pescatori di Saint-Louis, città costiera del nord del paese, il presente è già un incubo. La piattaforma offshore del progetto Grande Tortue Ahmeyim (GTA), gestito da BP, non solo ha sottratto le loro zone di pesca tradizionale, ma ha anche spezzato un equilibrio secolare che legava la comunità alla sua principale fonte di sostentamento.

Un ecosistema minacciato

La barriera corallina di Diattara, tra le più ricche e imponenti dell’Africa occidentale, era un tempo il cuore pulsante della pesca tradizionale. Ora, con l’installazione della piattaforma della BP a soli 10 chilometri dalla costa, quell’ecosistema è stato trasformato in una zona off-limits per i pescatori. “Ci vietano di avvicinarci a meno di 1,2 chilometri, altrimenti distruggono le nostre barche,” racconta El Hadj Dousse, presidente dell’associazione locale dei pescatori.

Il colosso britannico, inizialmente, aveva promesso la costruzione di sei barriere coralline artificiali per compensare l’impatto ambientale e garantire la riproduzione della fauna ittica. Ma a oggi, ne è stata realizzata solo una, con l’azienda che giustifica il cambiamento di piani con motivazioni legate alla “gestione e protezione più efficace”. Un argomento che i pescatori respingono categoricamente: “Non accettiamo che BP venga qui, si impossessi delle nostre zone di pesca più preziose e ignori le nostre richieste,” tuona Dousse.

La pesca tradizionale sotto attacco

Quella che si sta consumando in Senegal non è solo una crisi ambientale, ma una vera e propria emergenza sociale. A Saint-Louis, dove oltre 1.100 barche praticano la pesca tradizionale, la riduzione delle aree di pesca ha avuto effetti devastanti. Il crollo delle catture ha spinto molti giovani verso l’emigrazione clandestina, alimentando una crisi che si estende ben oltre le acque territoriali del paese.

“Per secoli abbiamo vissuto di pesca,” dichiara Omar Sarr, segretario generale del consiglio degli imam. “Se BP vuole utilizzare le nostre risorse naturali, deve rispettare le nostre richieste.” Ma le risposte tardano ad arrivare, mentre la piattaforma del GTA continua a operare, scavando un solco sempre più profondo tra la comunità locale e le promesse del governo.

Il progetto Grande Tortue Ahmeyim: luci e ombre

Il GTA, con riserve stimate in 15 miliardi di metri cubi di gas e una produzione prevista di 2,3 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno per i prossimi 20 anni, rappresenta uno dei progetti più ambiziosi dell’Africa occidentale. BP detiene la quota maggioritaria del progetto (61%), affiancata dall’americana Kosmos Energy e dalle compagnie petrolifere nazionali del Senegal e della Mauritania.

Secondo BP, il progetto avrà un impatto positivo sulle economie locali e sulle “generazioni future”. Tuttavia, queste dichiarazioni si scontrano con una realtà fatta di sfruttamento intensivo, inquinamento e marginalizzazione delle comunità locali. L’azienda, come molte altre major del settore, sembra più interessata a massimizzare i profitti che a mantenere le promesse di sostenibilità.

Greenwashing e strategia globale

La strategia della BP riflette una tendenza ormai consolidata tra i giganti del petrolio. Nonostante i proclami sulla transizione verde, l’azienda britannica ha fatto marcia indietro sugli impegni per ridurre le emissioni e sviluppare energie rinnovabili. Sotto la guida del nuovo CEO Murray Auchincloss, BP ha ridotto drasticamente gli investimenti in progetti sostenibili, preferendo concentrare le risorse su operazioni ad alta redditività immediata, come il GTA.

Il taglio di 6,75 miliardi di dollari di investimenti nel segmento delle rinnovabili entro il 2030 ne è un esempio lampante. Progetti come quello eolico offshore JERA Nex BP sono stati ridimensionati per fare spazio a nuove attività estrattive, nonostante gli effetti devastanti sull’ambiente e sulle comunità.

Un futuro incerto

Mentre il Senegal si appresta a diventare uno dei principali esportatori di gas dell’Africa, le comunità locali come quelle di Saint-Louis continuano a pagare il prezzo più alto. La pesca, pilastro economico e culturale del paese, rischia di essere spazzata via da una logica di sfruttamento che antepone gli interessi delle multinazionali a quelli delle popolazioni locali.

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