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La guerra economica e psicologica di Vladimir Putin ai Paesi europei prosegue con lo stop alle forniture di gas a Bulgaria e Polonia e sembra sortire uno degli effetti sperati: aumentare la confusione nel campo avversario, far emergere le divisioni circa strategie tutto fuorché granitiche elaborate a Bruxelles e nelle capitali europee, accrescere grazie al caos sistemico il costo stesso dell’energia e dunque la rendita di Mosca.

L’ultima mossa è minacciare lo stop alle forniture a chi, tra i Paesi considerati “ostili” (48 in tutto) rifiuterà di saldare le prossime tranche dei contratti energetici utilizzando lo schema proposto da Mosca. E dato che tra i Paesi ostili Mosca ha inserito l’intera Ue, l’attenzione nelle prossime settimane sarà rivolta ai cosiddetti “conti K”. Si tratta, nota Il Messaggero, dei conti intitolati ai Paesi europei “presso Gazprombank, la banca del colosso dell’energia che si occuperebbe poi della conversione in rubli” dei pagamenti effettuati in euro o dollari presso i suoi centri, addossando alle aziende europee operanti con il gas russo “il costo di cambio” tra le divise, peraltro rafforzatosi di recente a favore del rublo, “come previsto dal decreto firmato da Putin a fine marzo per sostenere l’apprezzamento della valuta nazionale presa di mira dalle sanzioni occidentali”.

Nella giornata del 26 aprile Bloomberg, citando fonti vicine a Gazprom, ha sottolineato che quattro Paesi europei avrebbero già saldato le rispettive posizioni per maggio utilizzando lo schema dei conti K e, di fatto, adeguandosi alla possibilità di denominare de facto in rubli i loro contratti, mentre altri dieci avrebbero precauzionalmente aperto conti K denominati in rubli.

Versamenti alla banca di Gazprom in euro e dollari subito convertiti in moneta locale scaricheranno sull’Occidente la quota finale di costo di conversione esternalizzando dunque un processo che adesso, per imposizione della Banca centrale di Elivra Nabiullina, avviene nel Paese sul fronte interno, in cui gli esportatori energetici convertono almeno l’80% dei proventi in rubli.

Bisogna precisare alcuni aspetti di tale vicenda. In primo luogo “l’apertura del conto corrente in rubli non comporta un aggiramento automatico delle sanzioni” imposte dall’Occidente alla Russia e, per pressioni legate principalmente alla posizione tedesca, ad oggi sul gas non c’è ancora nessun embargo. Anche “Gazprombank è stata per il momento esclusa da qualsiasi tipo di sanzione, compreso lo scollegamento dal sistema di scambio di informazioni Swift, che permette le transazioni tra controparti bancarie di differenti Paesi” e, non a caso, aziende come Eni si sarebbero tutelate aprendo conti K. Il passaggio è indubbiamente scivoloso: quando a maggio colossi come il Cane a sei zampe si troveranno di fronte all’obbligo di pagare le nuove tranche caricandosi del costo della conversione in rubli della valuta occidentale o di dover saldare direttamente in rubli il tema sarà quello del rischio di una disruption delle forniture.

Sul tema è intervenuta, nella giornata del 28 aprile, anche la Commissione europea. Secondo la quale le aziende europee potranno aprire un conto corrente in euro con Gazprombank a Mosca, ma non uno in rubli. Lo indicano fonti Ue sentite dall’Ansa. Le sanzioni vigenti contro Mosca non vietano l’impegno con Gazprom o Gazprombank, spiegano le stesse fonti, a patto che i pagamenti delle forniture di gas continuino ad avvenire in euro o in dollari “in linea con i contratti esistenti” e stipulati prima del decreto varato dal Cremlino lo scorso 31 marzo, secondo il quale i contratti in essere sono rispettati solo dopo la conversione in rubli delle somme dovute”. Ma la confusione è grande e complessa, per quanto le stessi fonti ricordino che nessuno Stato membro della Ue vuole pagare il gas russo in rubli. “Non abbiamo una visione formale al riguardo”, chiariscono – alle notizie sul fatto che qualcuna delle società europee abbia già aperto il secondo conto presso Gazprombank in rubli, come richiesto dal decreto di fine marzo del presidente russo Vladimir Putin, ma si invita a diffidare dalle ‘fake news’ ricordando quelle già circolate ieri ad esempio sulla disponibilità dell’Austria a procedere a un pagamento in rubli, poi smentita direttamente dal cancelliere austriaco Karl Nehammer.

Chi ha chiarito la sua posizione con attenzione è l’Ungheria di Viktor Orban. Il governo ungherese utilizzerà il sistema di pagamento che consentirà indirettamente la conversione in rubli per le importazioni di petrolio e gas dalla Russia. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto, evidenziando che “l’85% della fornitura di gas” e “il 65% della fornitura di petrolio” dell’Ungheria arrivano dalla Russia. “Per quale motivo? È determinato dalle infrastrutture. Non è per divertimento, non abbiamo scelto questa situazione”, ha affermato in un’intervista alla Cnn, spiegando che non ci sono rotte o fonti alternative che permetterebbero all’Ungheria di interrompere le importazioni di energia dalla Russia. Nello specifico Gergely Gulyas, capo di gabinetto del primo ministro Viktor Orban, ha precisato che Budapest “pagherà in euro (su un conto) presso la Gazprombank, con quest’ultima che poi convertirà quella somma in rubli”. L‘Ungheria, ha aggiunto, agirà in questo modo “insieme ad altre nove nazioni”, sostenendo che “è conforme alla politica sanzionatoria dell’Unione Europea”, contraria al sistema di pagamento in rubli. Budapest esplicita una mezza fuga in avanti che anticipa il caos che si potrà scatenare da maggio in avanti se sul gas si scatenerà un sistema di pagamento a macchia di leopardo. E finchè l’Ue non troverà il bandolo della matassa e una strategia centralizzata per gestire il sistema di acquisti, pagamenti e applicazione delle sanzioni una complessità di questo tipo e la conseguente incertezza dovranno essere sempre tenute in conto.

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