Kazakistan: la crisi del Mar Nero spinge il greggio verso la Cina

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Energia, Politica /

Un attacco nel cuore del Mar Nero ha avuto come conseguenza la ridefinizione della mappa energetica a favore di un Paese un tempo circondato da una muraglia e che oggi è aperto più che mai al mondo: la Cina. L’attacco condotto dall’Ucraina all’oleodotto kazako Caspian Pipeline Consortium (CPC), più precisamente al tratto nel porto russo di Novorossiysk, ha segnato un cambio di strategia per Astana: il petrolio sta fluendo a volumi sempre più crescenti in direzione di Pechino. Il prezioso greggio alimentava, prima dei fatti, diverse rotte energetiche. Ora tutto sta cambiando e noi europei siamo chiamati a  fare i conti anche con questo “cambio di programma” .   

L’attacco al Caspian Pipeline Consortium 

Dopo l’attacco avvenuto a novembre di quest’anno, il Kazakistan ha espresso il suo forte disappunto tramite i canali della diplomazia visto che a rimanere danneggiate sono state le infrastrutture civili.

Il sentimento di rabbia e protesta non desta scalpore se si considera che il Governo di Astana si è  sempre mostrato imparziale nel conflitto russo-ucraino e, per questo, non è disposto a tollerare attacchi di nessun tipo volti a colpire le sue infrastrutture. Non a caso, il ministero degli Esteri kazako ha parlato di “terza aggressione deliberata” condotta per mezzo di imbarcazioni senza pilota, meglio conosciute come droni marittimi, che hanno messo fuori uso la piattaforma offshore VPU-2. Le operazioni logistiche, di conseguenza, hanno accusato contraccolpi non indifferenti.

L’incidente non si è verificato entro i confini kazaki ma a Novorossiysk, città portuale della Federazione Russa da cui passa l’oro nero di Astana diretto in diversi mercati globali. L’attacco ha messo in evidenza un cortocircuito geopolitico:  il petrolio è kazako, ma per raggiungere il Mediterraneo deve attraversare per 1.500 km il territorio russo.  Colpendo il Caspian Pipeline, indubbiamente nei piani iniziali di Kiev c’era l’intenzione di cagionare danno all’economia di Mosca, ma così facendo a rimanere scottati sono stati Astana e gli idrocarburi estratti dai suoi giacimenti.  

L’ombra del Dragone

Trovandosi con le spalle al muro, il Kazakistan ha dovuto escogitare delle soluzioni alternative per le esportazioni di greggio senza attendere i tempi della riparazioni del CPC con il rischio conseguente di perdere indotti ragguardevoli. Da qui la decisione di mettere in gioco l’oleodotto Atasu-Alashankou per destinare circa 50 mila tonnellate di petrolio al di là della Grande Muraglia.   

Pechino, vedendosi tendere la mano, non può che leccarsi i baffi: l’oro nero del pozzo di Kashagan – uno dei più importanti al mondo – arriva dritto negli impianti di stoccaggio della China National Petroleum Corporation, il colosso dell’energia cinese, la quale può cosi contare su un flusso di approvvigionamento che dalle parti della Città Proibita si augurano possa diventare costante nel lungo termine. Da svariati anni, il Dragone cerca di espugnare le roccaforti energetiche dell’Asia Centrale – in ottica di potenziamento della Nuova Via della Seta – e questa è un’opportunità troppo ghiotta per farsela scappare. 

Il Vecchio Continente rimane all’asciutto

Se la Cina ha tutto da guadagnare, chi potrebbe rimetterci? Secondo le prime analisi dopo l’incidente del CPC, l’Europa potrebbe pagare lo scotto più salato.

Il Vecchio Continente dipende dal greggio trasportato dall’infrastruttura kazaka per circa l’11,5% delle importazioni totali, e l’Italia è uno dei maggiori acquirenti. Dopo aver detto di no al gas russo e aver accettato l’approvvigionamento di GNL dagli Stati Uniti a costi molto più elevati, gli europei potrebbero dover fare i conti con l’allontanamento di un partner energetico importante, il quale un domani potrebbe gravitare sempre più nell’orbita di Pechino. 

Solo vivendo sapremo in che modo l’Europa potrà diversificare le importazioni di petrolio. Tuttavia, è bene sottolineare che la divaricazione con il Kazakistan non nasce da attriti con il suo Governo, ma da circostanze generate dalle azioni di un Paese che negli ultimi tempi ha ricevuto un sostegno incondizionato – consistente in diversi aspetti – dagli europei: l’Ucraina.   

La guerra tra Kiev e Mosca è una tragedia a cui è difficile mettere fine e le sue conseguenze stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici di cui tutti ne prendono atto anche rimanendo passivi, proprio come nel caso di Astana che si trova costretta a guardare a Oriente anziché a Occidente, suo malgrado.

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