Un asse energetico da 35 miliardi di dollari: Israele ed Egitto rafforzano la loro cooperazione in ambito economico con un nuovo accordo per la fornitura di gas naturale dallo Stato Ebraico al Paese nordafricano.
Israele-Egitto, asse sul gas
Il Cairo si è accordata per acquistare 130 miliardi di metri cubi di gas dal 2026 al 2040, fornendo a Tel Aviv entrate per l’erario pubblico pari a 18 miliardi di dollari, che partiranno con incassi da mezzo miliardo l’anno nel 2026 e saliranno fino a toccare 1,9 miliardi di dollari nel 2033. Si estende un vecchio accordo del 2019, quando nel pieno del grande gioco del gas nel Mediterraneo orientale (che toccava anche progetti orientati verso l’Europa come il gasdotto EastMed oggi sostanzialmente archiviato) si plasmò l’asse energetico tra Benjamin Netanyahu, premier d’Israele, e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.
Il gas sarà estratto nel giacimento offshore Leviathan, il più grande di Israele, e contribuirà a alleviare l’annosa crisi energetica dell’Egitto. Il Cairo consuma mediamente 175,6 milioni di metri cubi di gas ogni giorno per alimentare la sua economia e la sua società e ne produce solo 141,6, anche dopo l’entrata in operatività del grande giacimento Zohr, scoperto da Eni.
La perenne crisi energetica del Cairo
Una sottocapacità del 20% che sarà colmata anche con il contributo israeliano, dato che da tempo Il Cairo è in apnea: “Accordi come il contratto per gas naturale liquefatto da 3 miliardi di dollari con Shell e TotalEnergies per 60 carichi all’inizio del 2025 evidenziano vulnerabilità, insieme agli sforzi per rilanciare giacimenti come Zohr”, nota Ahram aggiungendo che “le importazioni sono previste fino a giugno 2026 per soddisfare la crescente domanda”. Israele fornirà gas via tubo più economico e mira a ridurre tra gli 1 e i 2 miliardi di metri cubi le importazioni annue di Gnl da parte de Il Cairo, sostituendole con l’estrazione di Leviathan.
La mano degli Usa
L’accordo, confermato ieri da Netanyahu e dal ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen, era nell’aria da mesi e attendeva la ratifica israeliana. Il Times of Israel scrive di aver appreso che “gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo significativo nel fare pressione su Cohen e Netanyahu affinché stipulassero un accordo con l’Egitto, e il Segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha annullato una visita di sei giorni in Israele a ottobre, dopo che Cohen si è rifiutato di firmare l’accordo”.
Washington mira a far sì che l’asse energetico Cairo-Tel Aviv rafforzi la vicinanza dell’Egitto e di al-Sisi, strategici nel quadrante Medio Oriente/Nordafrica, al campo occidentale, sbarri la strada del mercato locale del gas alla rivale Russia e garantisca le aziende presenti nel consorzio che opera in Leviathan. Tra queste, oltre alla israeliana NewMed Energy, c’è anche l’americana Chevron.
Quest’ultima è strategica nella manovra di energy dominance dell’amministrazione Usa di Donald Trump: “Chevron, che ora è l’attore chiave nel settore energetico israeliano, spera di utilizzare la sua posizione in Israele, Egitto e Cipro come trampolino di lancio regionale per diventare un importante esportatore in Europa“, nota il New York Times. Donald Trump starebbe mirando a organizzare nelle prossime settimane un vertice a tre negli Usa con Netanyahu e Al-Sisi per discutere dei dossier comuni, da Gaza al gas stesso.
Israel Hayom nota che per i funzionari di Tel Aviv l’obiettivo è fare del gas una leva per avvicinare al Paese l’Egitto e concordare, sul dossier Gaza, una linea comune orientata a non lasciare spazi di manovra eccessivi ad Hamas:
In Israele, i funzionari ritengono che, una volta iniziate le forniture di gas e quando l’Egitto diventerà dipendente energeticamente dal gas israeliano, questa dipendenza servirà da leva per dissuadere il Cairo dal violare il trattato di pace. Sostengono inoltre che, se Israele non avesse fornito gas all’Egitto, il suo vicino meridionale si sarebbe rivolto al Qatar.
Assi energetici, crisi geopolitiche
Gli Usa “accendono” la guerra fredda del gas, Israele ed Egitto siglano accordi strategici, l’energia torna motore di grandi cambi di rotta geopolitici. La diplomazia energetica lascia pensare a un trend costruttivo di dialogo e realismo. Quello che l’Egitto, assieme a Qatar, Turchia e Usa, ha provato a costruire mediando la tregua a Gaza.
L’asse energetico in rafforzamento disegna un futuro di cooperazione economica e politica, ipotizzando uno scenario di pace. Ma la spada di Damocle del caos pende ancora su un Medio Oriente ove la Fase 2 della tregua di Gaza ancora non si vede. E proprio l’atavica tendenza israeliana a cercare l’egemonia con la forza, in prospettiva, rischia di fare anche dei più grandi progetti strategici una lettera morta.
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