Uno strappo improvviso e certamente non d’aiuto in punta di diritto internazionale e che non favorisce la distensione in Medio Oriente. Il voto con cui nei giorni scorsi il board dei governatori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) ha criticato l’Iran chiedendo a Teheran maggiore collaborazione con l’organizzazione e una più attenta apertura dei suoi impianti a ispezioni e controlli, si inserisce nel quadro di una strategia di pressione verso la Repubblica Islamica ad opera degli Usa che è a tutto campo. E non lascia presagire, a breve, distensioni.
Sono stati gli Usa a promuovere la risoluzione, approvata col sostegno di Francia, Regno Unito, Germania e altri quindici Paesi, con l’invito all’Iran a cooperare. 19 i voti favorevoli e 12 quelli contrari per una risoluzione che di fatto non dà credito dei progressi percepiti dell’Iran nella trasparenza in campo nucleare. Insomma, su pressione americana l’Aiea ha cristallizzato una situazione di fatto, che vede l’Iran mantenere abbastanza materiale fissile arricchito per costruire la bomba atomica, ignorando i progressi politici in corso. “L’Iran ha attualmente circa 182,3 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60 percento, che è abbastanza uranio, se ulteriormente arricchito, per produrre quattro armi nucleare”, ha scritto l’Institute for the Studies of War.
Ciononostante, di recente il presidente iraniano Massoud Pezeskhian ha dichiarato che l’Iran “non costruirà mai un’atomica”, e lo ha fatto in presenza di un ospite di tutto rispetto, il direttore generale dell’Aiea Rafael Mariano Grossi. Il dirigente argentino ha visitato a fine ottobre Teheran, tornando molto soddisfatto per i progressi compiuti. L’alto funzionario, già celebre per le visite agli impianti nucleari a rischio tra Russia e Ucraina, si è ben guardato dal tagliare la faccia all’Iran, a cui ha chiesto trasparenza nelle ispezioni che dal 2021 a oggi si sono rarefatte. Ma dalla sua visita non erano emersi i toni d’urgenza che la risoluzione dei governatori, decisamente più politica, impone.
Il Soufan Center ricorda che “l”Iran si è offerto di astenersi dall’espandere ulteriormente la sua riserva di uranio arricchito al 60% e di accettare quattro monitor AIEA per sostituire quelli che l’Iran ha bandito dal Paese nel settembre 2023″ dopo un simile contenzioso. Chiaramente la pressione americana, col sostegno europeo, rende più difficile il dialogo e apre alla prospettiva di un gelo nei rapporti tra Occidente e Iran, nelle settimane in cui in Libano Benjamin Netanyahu pone in essere la tregua con Hezbollah proprio puntando direttamente a Teheran come obiettivo e a Washington si prepara il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, pronto alla massima pressione su Teheran.
Una mossa, quella dell’uscente amministrazione Biden, che potrebbe essere il do ut des con Trump della manovra sull’Ucraina e gli attacchi a lungo raggio. Ma che può rinfocolare la conflittualità in Medio Oriente, non aiutare a riavvicinare le parti dell’ex accordo nucleare Jcpoa in un dialogo franco e aprire a una violenta contrapposizione con la nuova amministrazione qualora i falchi e i Pasdaran in particolare premessero su Pezeskhian e la guida suprema Ali Khamenei pur di giocare fino in fondo la sfida atomica.
“Coloro che suggeriscono questo corso d’azione insistono sul fatto che un’arma nucleare potrebbe essere l’unico mezzo per ripristinare la deterrenza di Israele e degli Stati Uniti e preservare la sovranità, il prestigio e la capacità dell’Iran di supportare la sua rete di partner regionali dell’Asse della Resistenza“, nota il Soufan Center. Tuttavia, lo stesso think tank sottolinea che “la ricerca di un’arma nucleare funzionante è destinata a provocare un conflitto non solo con Israele, ma anche con l’amministrazione Trump, che riecheggia la promessa del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di adottare tutte le misure necessarie per impedire un Iran dotato di armi nucleari”. Una profezia che spingere ad auto-avverarsi può apparire caotico ma funzionale all’idea di isolare i nemici del duo Washington-Tel Aviv sul campo, per poi ridimensionarli politicamente o militarmente. Non si può spiegare altrimenti il dualismo tra il voto all’Aiea, ferocemente anti-iraniano, e la pacata missione di Grossi, che ha visto spunti di miglioramento. Una missione che difficilmente avrà un bis, visto il pesante clima che si respira. E il cui tramonto rischia di riportare al centro del caos mediorientale il Paese degli Ayatollah.

