Negli anni Sessanta, l’Africa viveva il caos controllato della decolonizzazione: i vecchi imperi facevano i bagagli, lasciando dietro di sé confini tracciati col righello e governi “amici”, e i nuovi Stati indipendenti cercavano di non implodere. Tra le macerie del colonialismo e le promesse del futuro, c’era però chi pensava in grande. Uno di questi era Enrico Mattei, il presidente dell’ENI che, per sfuggire al soffocante abbraccio delle Sette Sorelle del petrolio, si era inventato una strategia a metà tra Robin Hood e Machiavelli. Nasce così il progetto Tazama, un oleodotto lungo oltre 1.700 chilometri, che doveva trasportare petrolio dalla raffineria di Dar es Salaam, in Tanzania, al cuore minerario dello Zambia, la Copperbelt. Un’infrastruttura titanica, ribattezzata non a caso Oleodotto della Libertà. Già, perché non bastava costruirlo: bisognava anche caricarlo di significati politici, economici e sociali. E Mattei, maestro nella narrazione strategica, sapeva bene come vendere un tubo lungo quanto l’Italia come un’arma contro il colonialismo e il razzismo.
La formula Mattei: tra affari e ideologia
Enrico Mattei non era solo un industriale: era un visionario che mescolava pragmatismo economico e retorica post-coloniale. La sua formula si basava su tre pilastri. In primo luogo, contratti “umani”: mentre le compagnie angloamericane si comportavano come conquistadores, ENI prometteva ai paesi produttori una fetta più grande della torta, garantendo royalties mai viste. In secondo luogo, partnership “tra pari”: niente paternalismo coloniale, solo collaborazione e rispetto reciproco. Infine, investimenti strutturali: non solo petrolio, ma anche formazione, tecnologia e infrastrutture. L’obiettivo era rendere i partner autosufficienti.
La costruzione del Tazama Pipeline fu il fiore all’occhiello di questa filosofia, una visione che si traduceva in un messaggio chiaro: l’Africa non deve dipendere dalle vecchie potenze coloniali. Mattei si era già fatto le ossa in Tanzania, con la raffineria Tiper e la rete di stazioni di servizio Agip. L’oleodotto, però, era la prova del nove: un colpo di genio che avrebbe garantito allo Zambia accesso al petrolio senza passare dalle mani dei soliti noti.
Quando l’oleodotto venne inaugurato, nel 1968, i presidenti Kenneth Kaunda (Zambia) e Julius Nyerere (Tanzania) non si risparmiarono: l’infrastruttura venne celebrata come un trionfo contro il colonialismo. Durante la cerimonia, i discorsi si sprecarono, e l’oleodotto fu definito “un’arma per l’indipendenza”. Ma il vero spettacolo era dietro le quinte.
La costruzione era stata affidata a Snam Progetti, una controllata di ENI che aveva messo sul tavolo un’offerta irresistibile. L’accordo prevedeva che la Tazama Authority – una joint venture tra Zambia e Tanzania – diventasse immediatamente proprietaria dell’infrastruttura. Non solo: ENI garantiva quindici anni di assistenza tecnica e formazione. Una proposta impeccabile sulla carta, ma che nascondeva una verità scomoda: l’oleodotto non era un regalo disinteressato, bensì un investimento per consolidare la presenza di ENI in Africa.
Sfide e ombre sulla Libertà
Come spesso accade nei progetti epocali, l’entusiasmo iniziale lasciò presto spazio alla realtà. Gestire un’infrastruttura così imponente si rivelò un’impresa titanica. La Tazama Authority, divisa tra Zambia e Tanzania, soffriva di una cronica mancanza di fondi e di competenze. Le tariffe per il trasporto del petrolio erano mantenute artificialmente basse per non penalizzare i consumatori locali, ma questo rendeva l’oleodotto un investimento poco redditizio. E poi c’era la competizione. La Lonrho, una multinazionale britannica con interessi consolidati nella regione, fece di tutto per ostacolare il progetto. Dietro le quinte, spinse governi locali a mettere i bastoni tra le ruote e tentò di screditare ENI. Nonostante tutto, l’oleodotto divenne operativo. Ma la sua storia era appena cominciata.
Sabotaggi e declino
Negli anni Ottanta, il Tazama Pipeline divenne il bersaglio perfetto per chi voleva destabilizzare la regione. Attacchi e sabotaggi erano all’ordine del giorno: gruppi armati locali fecero esplodere alcune stazioni di pompaggio, e i governi coinvolti puntarono il dito contro potenze straniere, ex colonizzatori e complotti vari. La verità, però, era spesso più banale: le tensioni interne, il malcontento dei lavoratori e la competizione economica fecero il resto. Nel frattempo, l’oleodotto iniziava a mostrare i segni del tempo. Senza investimenti adeguati, la struttura si deteriorava. Le operazioni divennero sempre più sporadiche, e la manutenzione si trasformò in un incubo logistico ed economico.
L’eredità del Tazama Pipeline: tra mito e realtà
Oggi, il Tazama Pipeline è ancora in funzione, ma con fatica. Come spiegato da Davison Thawethe, ex direttore della Tazama Authority, l’oleodotto è stato gestito come un servizio pubblico più che come un’impresa commerciale. Il risultato? Una struttura obsoleta, tariffe non competitive e costi di manutenzione insostenibili. Eppure, il Tazama resta un simbolo. Per molti, rappresenta il sogno di un’Africa libera e indipendente. Per altri, è l’esempio perfetto di come un’infrastruttura rivoluzionaria possa trasformarsi in un peso morto.
Conclusione: una lezione per il futuro
Il Tazama Pipeline è un’opera che racchiude in sé contraddizioni e aspirazioni. Da un lato, è un monumento alla lotta contro il colonialismo; dall’altro, è un monito sulle difficoltà di gestire infrastrutture complesse in contesti fragili. Enrico Mattei lo avrebbe definito un successo. Forse lo è stato. Ma il prezzo di quella “libertà” è stato più alto del previsto. E mentre l’Africa cerca ancora il suo posto nel mondo, il Tazama Pipeline resta lì, una linea lunga 1.700 chilometri che unisce passato, presente e futuro. Ma soprattutto, che ricorda a tutti che l’indipendenza non si costruisce solo con i sogni, ma con una gestione concreta e sostenibile.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

