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Quattordici anni dopo il tristemente noto disastro di Fukushima il Giappone è pronto a tornare ad abbracciare il nucleare. Tokyo procederà con la costruzione di centrali di nuova generazione dopo aver riavviato i reattori inattivi. Il motivo di una simile decisione? I prezzi sempre più elevati del gas e, più in generale, dell’energia hanno spinto il governo a riconsiderare un’opzione a lungo considerata un tabù.

La seconda economia asiatica, nonostante il ricordo ancora vivo di Fukushima, aveva già fatto sapere, alla fine del 2024, che avrebbe intrapreso questa direzione. Il Giappone sta lentamente riattivando i reattori nucleari chiusi in seguito al citato incidente; nel momento in cui scriviamo ne ha riaperti 14 su 54.

Pare che la fase di riattivazione possa durare almeno fino al 2030, anno in cui il Paese potrà iniziare a concentrarsi sui piani per costruire nuovi reattori per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e raggiungere i suoi obiettivi di decarbonizzazione.

Il disastro di Fukushima

Come detto, sono passati 14 anni dal disastro di Fukushima. L’11 marzo 2011 un terremoto di magnitudo 9.0 colpì la regione nord-orientale del Giappone di Tohoku. Il sisma fu seguito da un tsunami gigantesco che superò le barriere protettive della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, gestita dalla compagnia Tepco (Tokyo Electric Power Company).

La struttura si spense automaticamente, come previsto, al momento del terremoto. L’impianto fu però allagato e i generatori diesel di emergenza, e cioè quelli che servivano a raffreddare i reattori, rimasero danneggiati. Senza poter contare sul raffreddamento, la temperatura nei reattori 1, 2 e 3 salì provocando la fusione del combustibile nucleare.

L’accumulo di idrogeno (prodotto dalla reazione tra il combustibile surriscaldato e l’acqua) provocò esplosioni nei reattori 1, 3 e 4, esplosioni che distrussero i tetti degli edifici dei reattori e che provocarono il rilascio di pericolosissime radiazioni nell’ambiente (aria, suolo e oceano). Furono evacuate circa 150.000 persone dalla zona circostante, dove ancora oggi sono presenti zone interdette per via dell’elevato livello di radiazioni.

Una decisione controversa

“C’è un consenso generale sul fatto che, in fin dei conti, dobbiamo affidarci al nucleare. Scommettere sui piccoli reattori modulari (Smr) potrebbe essere necessario. C’è un forte slancio sul fronte politico ma per quanto riguarda il lato sociale c’è poca consapevolezza di ciò che sta accadendo”, ha spiegato al Financial Times Kazuto Suzuki, professore di politica scientifica e tecnologica presso l’Università di Tokyo.

Il piano seguito dal governo nipponico prevede che il Giappone ottenga il 20% della fornitura di energia dal nucleare entro il 2040, contribuendo a ridurre l’uso dei combustibili fossili dal quasi 70% della produzione elettrica nel 2023 a una quota compresa tra il 30% e il 40%.

Le due cause che hanno spinto Tokyo a riesumare l’opzione nucleare sono la guerra in Ucraina e l’elevato consumo energetico dei data center di intelligenza artificiale. Se, infatti, il conflitto tra Mosca e Kiev ha fatto schizzare alle stelle i prezzi del gas – e il Giappone è il secondo maggiore importatore di combustibili fossili del pianeta – allo stesso tempo gli analisti prevedono che il consumo energetico hi-tech del Paese raddoppierà, o addirittura triplicherà, entro il 2030. Non tutti concordano però con la svolta decisa da Tokyo: una parte dell’opinione pubblica giapponese è contraria alla mossa del proprio governo.

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