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Il ritiro statunitense dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei Talebani a Kabul riportano al punto di partenza l’orologio della storia a due decenni esatti dall’inizio dell’intervento di Washington nel Paese centroasiatico. Gli Stati Uniti lasciano la tomba degli imperi da superpotenza confusa e sorpresa dall’improvvisa avanzata degli studenti coranici, ma letta in un quadro più ampio l’uscita dal Paese ha potenziali determinanti geostrategiche che andranno valutate sul lungo periodo.

Non si può non leggere l’uscita degli Usa dall’Afghanistan dopo vent’anni con il parallelo, e pressoché contemporaneo, annuncio del ritiro dei 2.500 soldati rimanenti in Iraq in una missione di combattimento diciotto anni dopo la guerra che pose fine al regime di Saddam Hussein, ufficializzato dopo l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimiandato in scena alla Casa Bianca il 26 luglio scorso.

Tra le chiavi di lettura che possono essere applicate alla complessa decisione di procedere, in pochi mesi, alla fine sostanziale delle lunghe, logoranti e problematiche endless wars che hanno visto gli Stati Uniti molto lontani dal realizzare i propositi strategici del 2001 e del 2003 non va sottovalutata la questione energetica. La presenza statunitense in Afghanistan e Iraq, a lungo, ha infatti condizionato le evoluzioni dei mercati internazionali dell’energia, principalmente del petrolio che ha nel Golfo Persico il suo epicentro.

Intendiamoci: la storia recente ci conferma che le guerre mediorientali non ebbero il petrolio in sé e per sé come obiettivo strategico. Questo chiaramente si può affermare con certezza per l’Afghanistan ma si può ribadire anche per l’Iraq, data la condizione fatiscente e disastrosa in cui versa l’industria petrolifera nazionale a quasi due decenni dalla guerra. Però è indubbio che gli Usa avessero interesse a incunearsi nella regione ritenuta, a inizio millennio, più strategica su scala globale per condizionarne l’evoluzione e le dinamiche. Mettendo in particolare pressione a un nemico implacabile di Washington, l’Iran, e a un alleato ambivalente e riluttante come l’Arabia Saudita, rivali storici tra di loro ma entrambi membri del cartello petrolifero dell’Opec. Mettendo gli stivali sul terreno in Medio Oriente, Washington ha indubbiamente conseguito un risultato non secondario nell’ultimo ventennio: destabilizzare l’assetto di potere dell’Opec, alimentando le faglie interne tra sunniti e sciiti, condizionare l’evoluzione delle rotte e delle infrastrutture di trasporto dell’energia con la presenza in Afghanistan, fattore di condizionamento anche e soprattutto per il rivale cinese.

Dopo l’era di George W. Bush, in ogni caso, le amministrazioni di Barack Obama e Donald Trumpanche nella fase di contrasto all’insorgenza dell’Isis, hanno fatto del ritiro da Iraq e Afghanistan un sostanziale obiettivo. E non è un caso che a cambiare non siano stati solo la condizione dell’opinione pubblica Usa, sempre più stanca delle guerre mediorientali, o la situazione sul terreno ma anche i mercati energetici e il ruolo degli Usa al loro interno. La scoperta di massicci giacimenti di shale oil shale gas ha proiettato gli States in testa alla classifica dei produttori su scala globale e reso Washington in certi ambiti un esportatore netto, tanto che Trump ha promosso nel suo quadriennio di governo un’aggressiva strategia di conquista di nuovi mercati volta a plasmare l’energy dominance americana.

In quest’ottica, la necessità di una presenza strategica volta a condizionare da vicino i mercati energetici mediorientali si è gradualmente affievolita, anche considerato il fatto che le conseguenze di medio-lungo periodo dell’intervento Usa sono sul fronte energetico maturate secondo i desideri di Washington: aperta conflittualità tra fronte sunnita e Iran nell’Opec; perdita del potere univoco di condizionamento dei mercati globali da parte dell’Arabia Saudita; necessità di accordi politici sul prezzo tra Paesi Opec che aiutano i produttori di shale oil americani, desiderosi di prezzi alti; accelerazione della transizione di alcuni Paesi, Qatar in testa, verso il gas naturale liquefatto. Venendo meno una determinante urgente della presenza in Medio Oriente e deteriorandosi la situazione sul terreno, è logico supporre che l’uscita da Iraq e Afghanistan possa nel conto dei decisori strategici avere anche una motivazione di tipo energetico.

Il rischio per gli Usa è tuttavia legato alla prospettiva che associa l’importanza geopolitica del Grande Medio Oriente unicamente ai suoi tesori energetici o, nel caso dell’Afghanistan, al suo immenso bottino di materie prime. Sconfitta in Afghanistan e di fatto costretta a un esito inconcludente in Iraq la superpotenza a stelle e strisce fa come la volpe con l’uva e, non potendo cantare vittoria, dichiara compiuto il suo impegno ricordando che i fronti caldi per Washington sono oramai altrove, nell’Indo-Pacifico e di fronte alla Cina. Ma nel mondo complesso dell’era globale il mondo del Medio Oriente non cessa di essere strategico sul fronte geopolitico: l’Iraq è cerniera cruciale tra Asia Minore, Mediterraneo e Golfo, mentre tra le valli e i picchi dell’Afghanistan possono passare rotte strategiche per la connettività euroasiatica, nel quadro di quelle nuove vie della seta che la Cina intende promuovere e gli Usa avversano. La regione insiste inoltre tra Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano, la nuova giugulare cruciale per i commerci marittimi internazionali ed è abitata da popolazioni sempre più desiderose di nuovi livelli di sviluppo, giovani e incandescenti. Un’area di mondo che produce più storia di quanta ne possa sopportare e che pure ignorata non scomparirà. Non è solo una questione di gas e petrolio: e gli Usa di Biden, che con la transizione ecologica accelerata sperano di potersi mettere alle spalle questa contingenza che rende il Medio Oriente cruciale sul fronte energetico, non tarderanno ad accorgersene.

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