Il Qatar ferma la liquefazione del gas, mercati energetici sotto stress. Ma Usa e Israele festeggiano

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La decisione di QatarEnergy di fermare la liquefazione del gas naturale che rappresenta la principale fonte di export dell’emirato di Doha è un duro colpo per i mercati energetici globali. La Terza guerra del Golfo iniziata con gli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, e proseguita con la risposta di Teheran estesa a tutta la regione, prosegue e non finisce di terremotare il Medio Oriente.

Lunedì il Qatar aveva sospeso l’export di gas naturale liquefatto (Gnl) e poi fermato la produzione di prodotti derivati. Ora lo stop temporaneo per almeno due settimane, che significa sostanzialmente una disruption delle forniture dal Medio Oriente per almeno un mese, dato che il tempo va raddoppiato per ipotizzare un ritorno, dopo il futuro riavvio, degli impianti di Ras Laffan e Mesaieed alla piena operatività.

Scenari, questi, che pongono dei dubbi sulla sostenibilità futura del mercato del gas naturale sulle piazze europee, data la crescente dipendenza dal Gnl, e parimenti per gli importatori asiatici. Mercoledì il Ttf, l’indice del prezzo del gas naturale di Amsterdam, è rimbalzato verso il basso dopo la furiosa impennata di lunedì e martedì, assestandosi a 48 euro al MWh, ma lo scenario di una prolungata carenza di Gnl qatariota può e deve essere messa in conto come problematica per il prossimo futuro.

Lo scenario strategico parla di mercati totalmente stravolti dall’impatto della guerra, mentre lo Stretto di Hormuz appare sostanzialmente bloccato e oltre al gas naturale liquefatto anche il petrolio sta subendo una ricomposizione dei flussi che impatta sui prezzi, come Martina Besana ha scritto su queste colonne. Sul piano energetico e del gas naturale in generale, lo stop di ogni spedizione e produzione di Gnl in Qatar, che fornisce circa un quinto dell’offerta globale, crea ricadute positive sui colossi di Stati Uniti e Israele, che hanno scatenato la guerra.

“Cheniere e Venture Global, i due maggiori produttori statunitensi, sono aumentati rispettivamente di circa il 7% e di quasi il 24% questa settimana, dopo che la produzione del Qatar è stata interrotta”, nota la Cnbc. Anche Golar, società delle Bermuda che realizza impianti per Gnl, sale dell’8%, e abbiamo già dato notizia su queste colonne del boom senza fine della Borsa di Tel Aviv, con aziende come Newmed Energy e Delek in volo.

Washington è la prima produttrice di Gnl al mondo e pregusta la possibilità di sostituire i suoi carichi a quelli qatarioti nell’accesso ai mercati spot europei e a quelli dell’Estremo Oriente. Tel Aviv vede rafforzarsi la sua strategia di consolidamento energetico nel Mediterraneo, che appare tanto più felice quanto più rimangono bloccati i carichi dal Qatar. Epifenomeno forse non cercato ma sicuramente ben accetto di una guerra dove, oggigiorno, l’energia è un asset strategico sempre più critico. Ma che in futuro dovrà confrontarsi col giudizio di valore del Qatar, Paese-bersaglio in una guerra che ha cercato di evitare, su una guerra economica che Doha sta subendo duramente. E può creare venti recessivi nel Medio Oriente che non vuol essere spinto nel turbine bellico.