La calda estate europea vede il termometro della politica surriscaldarsi sul fronte della possibilità di un ritorno al rigore. A un rigore austeritario, per la precisione, non del tutto paragonabile a quello che tra il 2010 e il 2015 così tanto male ha fatto al Vecchio Continente, ma a suo modo sfuggente e minaccioso per le prospettive dello sviluppo del Vecchio Continente.

La logica dell’austerità torna a farsi capolino dalle parole del falco Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea, che da aprile ha cominciato a giocare la partita del ritorno alle logiche del Patto di Stabilità e della censura contabile sugli Stati ad alto debito; si manifesta nelle decisioni della Banca centrale europea targata Christine Lagarde di terminare gli acquisti titoli e operare un rialzo dei tassi in senso anti-inflattivo, prima di mediare con lo scudo anti-spread. Riemerge nella logica dei sacrifici richiesti ai cittadini contro la crisi energetica: vero portato innovativo di una “austerità 2.0” che appare ancora più minacciosa perchè giunge dopo che la pandemia di Covid-19 e i suoi effetti hanno mostrato tutti i danni che causa l’ideologia del rigore.

L’austerità energetica, in particolar modo, è la sintesi di tutti gli errori dell’Unione Europea sul fronte economico, geopolitico, strategico. “Risparmiate gas per un inverno sicuro”, dice la Commissione nelle linee guida della proposta che sarà presentata mercoledì per quella che Emmanuel Macron, in forma soft, ha definito “sobrietà” energetica, un piano che arriva fuori tempo massimo mentre la tempesta perfetta appare sempre più vicina.

In primo luogo, l’Europa si è dimenticata, per mesi, di avallare ogni discussione sulla necessità di contenere l’inflazione da rincaro energetico conciliando il tutto con la difesa della crescita e dello sviluppo. Dal tetto ai prezzi del gas a un piano di acquisti comuni ben avviato, anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina le opzioni sul tavolo erano già state, per quanto timidamente, proposte. Ma non si è voluto o potuto agire.

In secondo luogo, Bruxelles e la Commissione von der Leyen in particolare non hanno capito quanto i mercati energetici siano interconnessi. Per Italia Oggi era necessario “riformare il mercato dell’elettricità perché, per come è strutturato oggi, il prezzo più alto del gas contagia quello di altre fonti energetiche più economiche, rinnovabili comprese”.

E veniamo al terzo punto: l’Ue sta promuovendo una transizione energetica a macchia di leopardo, un mix di dirigismo e giungle normative, che con misure contraddittorie non dà una linea guida precisa. A una misura pragmatica come la Tassonomia green si sommano politiche quali lo stop entro il 2035 alle auto a combustione interna che, promosse in un periodo di grave povertà energetica generalizzata, trasmettono un messaggio diseducativo sul fronte dell’agenda energetica comunitaria.

Quarto errore dell’Ue è stato quello di non cogliere la lezione di fine 2021 giocando eccessivamente in ritardo la partita degli stoccaggi: solo dal primo giorno di luglio è entrata in vigore la norma che prevede un riempimento all’80% come richiesto entro novembre, ma Bruxelles avrebbe dovuto sfruttare in precedenza il potere di coordinamento tra le risorse dei Paesi membri.

Quinto punto, la retorica austeritaria promossa in vista dell’autunno e dell’inverno ricorda pericolosamente il mito (poi smentito dai fatti) dell’austerità espansiva con cui in passato si giustificava il rigore contabile. Ieri l’idea era che una severa disciplina sui conti pubblici avrebbe reso i  Paesi europei credibili agli occhi di mercati e investitori aprendo spazi all’iniziativa privata. Ora, in un periodo di rischio recessione, inflazione e crisi sociale si chiede ai Paesi di mettere in contrapposizione le esigenze dell’industria, che Bruxelles vuole preservare, e i cittadini: “Bruxelles”, nota Italia Oggi suggerisce ai governi di imporre tagli ai consumi negli edifici pubblici (non più al caldo di 19 gradi, non più al freddo di 25), spera anche nell’imposizione di limiti di temperatura o orario per l’uso domestico di gas, invita a fare campagne di sensibilizzazione, insomma spera nella sobrietà, per dirla con Macron, a livello individuale e per gli edifici pubblici”. Questo dimostra un’incapacità di comprensione del problema in via di sviluppo che è sconcertante.

Ultimo punto, tra gli errori europei, è quello legato alla mancata promozione di un’agenda geopolitica autonoma volta a supplire l’assenza di gas russo. Paesi come Italia e Germania, dall’alto di livelli notevoli di dipendenza da Mosca, hanno cercato di diversificare. Ma l’Ue non è stata capace di promuovere appieno progetti sponsorizzati da Stati membri come EastMed e ha lasciato agli Stati Uniti il compito di lavorare per tessere la tela dell’asse mediterraneo dell’energia attorno a Israele che dovrebbe essere competenza dell’Europa costruire. Insomma, tra ignavia e retoriche ormai logore il discorso è chiaro: Bruxelles sull’energia chiede sacrifici come lo faceva in passato sui conti pubblici, in modo tale da scaricare su Stati, economie nazionali e cittadini il costo della sua inefficienza. Già in passato non ha funzionato. Oggi, può essere la premessa di una crisi economica e sociale senza precedenti nei tempi recenti.

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