Alla fine del 2025 si chiuderà un capitolo cruciale nella storia dell’energia europea. In Francia, il meccanismo Arenh (Accès régulé à l’électricité nucléaire historique), che per oltre quindici anni ha permesso di acquistare energia nucleare a un prezzo regolato di 42 €/MWh fino a un massimo di 100 TWh annui, cesserà di esistere. Un sistema che aveva reso EDF un pilastro del mercato elettrico transalpino e, di riflesso, anche di quello europeo. Ma cosa accadrà adesso, con il nuovo prezzo regolato fissato a 70 €/MWh per il periodo 2026-2041? E soprattutto, quali saranno le ripercussioni per l’Italia, da sempre dipendente dalle esportazioni francesi per stabilizzare il proprio mercato elettrico?
Dietro le cifre e gli accordi, si nasconde una trasformazione profonda del paradigma energetico europeo. La Francia, storicamente considerata l’arsenale elettrico del continente grazie al suo imponente parco nucleare, sta ridefinendo le regole del gioco. L’intesa raggiunta tra Parigi e EDF prevede anche un meccanismo di redistribuzione degli extraprofitti: se i prezzi di mercato supereranno i 78 €/MWh, EDF restituirà allo Stato il 50% dei ricavi eccedenti; oltre i 110 €/MWh, la percentuale salirà al 90%. Un tentativo di contenere i guadagni eccessivi e di finanziare interventi per la transizione energetica, ma anche una chiara indicazione che il nucleare francese non sarà più la “cassaforte di stabilità” a basso costo a cui gli altri Paesi europei, Italia inclusa, erano abituati.
La flessibilità del nucleare francese
Se fino a qualche anno fa il parco nucleare francese era famoso per la sua rigidità operativa – centrali progettate per funzionare a pieno carico senza interruzioni – oggi assistiamo a un’inversione di tendenza. Gli impianti, come il reattore Blayais 2, hanno iniziato a modulare la produzione in risposta alle variazioni del carico residuo e ai segnali di prezzo. Un comportamento che consente di passare da 900 MW a 200 MW in sole due ore per poi risalire rapidamente alla piena capacità.
Questa maggiore reattività consente alla Francia di adattarsi alle fluttuazioni del mercato, dominate dall’ascesa delle rinnovabili e dai picchi di domanda. Ma l’operazione ha un costo: secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), una simile ciclicità riduce la vita utile dei reattori e aumenta la necessità di interventi di manutenzione, con rischi di indisponibilità non programmata e potenziali ripercussioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento.
Italia: beneficiaria o vittima collaterale?
Per l’Italia, il comportamento del nucleare francese è tutt’altro che marginale. Nel 2025, Parigi è tornata a essere un esportatore netto di energia, con picchi orari di export fino a 18 GWh. Roma ha beneficiato in modo significativo di questa dinamica, importando in media circa 2,7 GWh all’ora – pari a quasi il 10% della domanda elettrica nazionale. Una dipendenza che espone il nostro Paese alle turbolenze del mercato francese: se le centrali transalpine, in presenza di prezzi inferiori a 70 €/MWh, dovessero scegliere di ridurre la produzione, il rischio per l’Italia sarebbe quello di vedere crescere la volatilità e i prezzi all’ingrosso.
Il nuovo prezzo regolato di 70 €/MWh rappresenta una soglia psicologica e operativa: sotto questo livello, EDF potrebbe preferire non operare a pieno carico, mentre sopra i 78 €/MWh scatteranno i meccanismi di redistribuzione degli extraprofitti. Un doppio vincolo che rischia di influenzare i flussi di energia verso l’Italia, soprattutto nei momenti di picco della domanda.
La fragilità europea e le sfide della transizione
Questa evoluzione non è soltanto un problema tecnico. È il sintomo di una fragilità più profonda del sistema elettrico europeo, sempre più integrato ma anche più esposto alle scelte di pochi grandi attori nazionali. La Francia, spinta da una visione di autonomia strategica e dal bisogno di finanziare la modernizzazione del proprio parco nucleare, sta ricalibrando il suo ruolo. E l’Italia?
Mentre Parigi ridisegna le proprie priorità, Roma appare priva di una strategia chiara. La mancanza di un programma nucleare nazionale e la dipendenza cronica dalle importazioni rischiano di trasformare l’Italia in una vittima collaterale di questa transizione. La prospettiva di prezzi spot più volatili e di un equilibrio domanda-offerta più fragile dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per la politica energetica italiana, troppo spesso improntata a scelte tattiche e prive di visione a lungo termine.
Conclusione: tra energia e geopolitica
Il nucleare francese non è mai stato solo una questione tecnica. È un perno della geopolitica energetica europea, un elemento capace di influenzare flussi commerciali, strategie industriali e persino relazioni diplomatiche. Con il nuovo prezzo regolato e la crescente flessibilità operativa, la Francia si sta preparando a un futuro in cui il nucleare continuerà a essere un pilastro, ma a condizioni radicalmente diverse.
Per l’Italia, il momento è cruciale. Continuare a dipendere passivamente dal vicino francese significa esporsi a rischi crescenti. Investire in una strategia autonoma – che si tratti di rinnovabili, accumuli o persino di un ritorno al nucleare – non è più una scelta facoltativa, ma una necessità per evitare di restare schiacciati in un’Europa che cambia.
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