Transizione energetica? No, aggiunta energetica. In un’importante analisi pubblicata su Foreign Affairs emerge un dato di fatto importante: le fonti rinnovabili non stanno sostituendo, in termini assoluti, la generazione da fonti fossili nel mix globale di produzione ma stanno contribuendo soprattutto alla quota aggiuntiva di produzione in un sistema che ha sempre più fame di energia.
L’analisi è ben documentata e firmata da autori d’eccellenza: Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global e autore di due importanti saggi in materia, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money, and Power e The New Map: Energy, Climate, and the Clash of Nations; Atul Arya, che di S&P Global è Chief Energy Strategist; Peter Orszag, amministratore delegato e presidente di Lazard che è stato direttore dell’Office of Management and Budget durante l’amministrazione Obama. Tre esperti di politiche energetiche, di finanza al servizio dell’economia reale e di strategie per lo sviluppo che lo dicono chiaramente: la “transizione” non sta andando come si era programmato in passato. E lo dimostrano dati alla mano.
Salgono le rinnovabili ma volano anche le fossili
“Nel 2024 la produzione globale di energia eolica e solare ha raggiunto livelli record, livelli che sarebbero sembrati impensabili non molto tempo prima”, scrivono gli autori, sottolineando che “negli ultimi 15 anni, l’energia eolica e solare sono cresciute da praticamente zero al 15 percento della produzione di elettricità mondiale e i prezzi dei pannelli solari sono scesi fino al 90 percento“. Al contempo, però, “il 2024 è stato un anno record anche sotto un altro aspetto: la quantità di energia derivata da petrolio e carbone ha raggiunto i massimi storici. Su un periodo più lungo, la quota di idrocarburi nel mix energetico primario globale non si è quasi mossa, dall’85 percento nel 1990 a circa l’80 percento di oggi”.
Su Foreign Affairs emerge dunque l’elemento chiave della nuova competizione energetica ed economica globale: fenomeni come la transizione energetica sono stati pensati da attori ad altissimo tasso di sviluppo, già virati da un’economia industriale al dominio del settore dei servizi e in cui elementi come l’ascesa della finanza “verde” hanno spinto per gli investimenti. Una realtà però che si scontrava con due elementi strutturali: l’ascesa economica di vaste aree dell’Africa e dell’Asia sostenute tanto dall’incremento demografico quanto dalla graduale uscita dalla povertà e l’ingresso nella classe media di decine di milioni di persone desiderose di consumare e produrre, da un lato. Lo spostamento dei centri produttivi globali nei principali settori in Estremo Oriente, dall’altro.
I costi energetici dell’Ia, l’elefante nella stanza
Tutto questo ha richiesto fiumi di energia e per molti Stati, Cina in testa, la transizione a fonti più pulite è entrata in campo come strategia nel momento in cui è stata funzionale a una crescente efficienza nei processi. “La maggiore enfasi sull’energia affidabile e conveniente si trova nei paesi in via di sviluppo, dove vive l’80 percento della popolazione mondiale”, si legge su Foreign Affairs, facendo presente che “è emersa una nuova divisione Nord-Sud su come bilanciare le priorità climatiche con la necessità di sviluppo economico”.
A questo bisogna aggiungere, poi, l’elefante nella stanza: l’intelligenza artificiale e il boom della potenza di calcolo, fattori che dreneranno un’enorme quantità di risorse energetiche e mettono in discussione ogni forma di generazione volta a instradare sulla scia della transizione le maggiori economie globali. Se ne parla già negli Usa, lo hanno capito attori come gli Emirati Arabi Uniti che propongono per il mondo il connubio IA-nucleare. La realtà è che dal mondo della transizione energetica ci stiamo avviando sempre più in quello dell’aggiunta energetica. I dati parlano chiaro: e per chi, soprattutto in Europa, non se ne è ancora accorto potrebbe arrivare presto un brusco risveglio.

